La Campania in questi giorni è un ribollire continuo di concorsi, crisi, proteste, lotte e scontri. Un pentolone che cuoce a fuoco alto l’idea stessa del lavoro e spippetea come il ragù della domenica, lanciando schizzi che macchiano e cuociono chi gli sta intorno.
Da Fuorigrotta da quelle file sterminate della Mostra d’Oltremare arrivano due messaggi chiari.
Primo, c’è una fame di lavoro, quello fisso, quello con le ferie pagate, con i diritti consolidati, tipo maternità, congedo parentale…, che ha fatto attivare 330mila cittadini per partecipare ad un concorso per poco più di 2mila posti, nonostante si continui a raccontare la storia dei 10mila.
Secondo, l’Italia, in particolar modo il Mezzogiorno e nello specifico la Campania, non è in grado di gestire con serietà ed efficienza la selezione della futura classe dirigente. Perché al dil à dei sequestri di persona, con i ritardi del Formez che arrivano alle 5 ore, pensare che si selezioni chi dovrà far funzionare la macchina amministrativa locale attraverso crocette, senza valutare i curricula e senza accertare la conoscenza di una seconda lingua, dimostra che l’idea di aggiornare e di rinnovare in senso efficiente il pachiderma che oggi è l’amministrazione pubblica, non è alla base del Piano Lavoro. Purtroppo per tempi, modi e condizione, questo mega concorso sembra davvero un contentino pre-elettorale utile ad indirizzare una campagna elettorale regionale che promette fuochi d’artificio comunicativi e nessun programma valido per una regione che ha bisogno invece di programmi concreti.
Mentre i coraggiosi partecipanti al mxiconcorso di De Luca sudavano fermi per ore davanti ai cancelli della Mostra d’Oltremare, è giunta una nota aziendale della Whirlpool che, dopo un’estate di silenzi ha comunicato l’impossibilità economica di tenere aperto lo stabilimento di via Argine che invece, secondo i vertici aziendali, va riconvertito o chiuso. Una mazzata per chi aveva iniziato, mesi fa, una lotta seria, fatta di speranza che lasciava immaginare una speranza di un ritorno di un sano conflitto nelle relazioni industriali. Un macigno sulla speranza di chi vedeva nel caso Whirlpool la possibilità di ridare valore, dignità e giustezza ai rapporti tra capitale e lavoro. Eppure nei mesi scorsi le istituzioni e la politica avevano sprecato parole, tra promesse, consigli monotematici, dichiarazioni, solidarietà, visite e fotoricordo.
Ricominciato settembre però la realtà non è cambiata. Se a luglio per produrre le lavatrici era più conveniente per la Whirlpool andare altrove oggi lo è ancora di più. A nulla è servito la lotta dignitosa, coraggiosa, onesta, forte e potente degli operai di via Argine. Restano però ancora sottili spiragli per ridare un presidio di civiltà, di lavoro e di sviluppo ad un territorio che ne ha davvero bisogno. Ma la vera domanda di come cambiare un sistema che svuota gli spazi e crea deserti civili, umani ed economici resta e di certo la risposta non può essere un’Academy.
Mentre l’Italia, senza governo, perde fabbriche e non interviene nelle crisi industriali, davanti al palazzo della regione si sono accampati altri ragazzi. Sono i Navigator campani, vincitori di un concorso che però ancora oggi non vedono partire il loro lavoro. Certo sull’utilità di queste figure, sulla modalità di selezione e su come dovrebbero essere organizzate le politiche attive del mercato del lavoro ci sarebbe molto da ragionare ma resta il fatto che 471 cittadini hanno vinto un concorso e mentre nel resto d’italia vengono assunti, qui in Campania resta tutto fermo per una questione che non è burocratica ma di piccola politica, di beghe e di megalomanie.
Tra una protesta e un concorso la Campania diventa un caso paradigmatico della società moderna e dell’odierno mondo del lavoro. File di giovani che non hanno mai visto neanche l’ombra di un diritto che provano, come zombie, ad entrare in quel mondo di garantiti che ha un sapore amaro di passato ma che con un fascino vintage che colpisce tutti. Capannelli di giovani che protestano davanti ai palazzi istituzionali per avere un lavoro che dovrebbe servire a cercare occupazione agli altri. Operai che restano in fabbrica anche il 15 agosto mentre i padroni hanno deciso di chiudere e basta.
L’immagine che resta della Campania sembra tanto quella del cadavere in avanzato stato di putrefazione ritrovato a Pozzuoli ieri nella ex-fabbrica Sofer, chiusa dal 2003 e mai riportata a vita nuova. È l’immagine di una regione incapace di capire che un mondo è finito e bisognerebbe avere il coraggio di costruirne un altro prima che la putrefazione del cadavere infesti tutto.