Avellino

Era il 9 agosto del 2018. In via Michele Capozzi, più o meno alle tre, ad Avellino, va in fiamme una Fiat Panda. L'episodio viene liquidato nella cronachetta. L'unica annotazione degna di rilievo è il proprietario: Sabino Morano, consigliere comunale della Lega.

Lui non fa drammi. Anzi. Minimizza.

Otto giorni dopo, il 17 agosto, sempre in via Capozzi, il messaggio arriva forte e chiaro, allorquando va in fiamme un'altra auto, una Giulietta Alfa Romeo, sempre di proprietà di Sabino Morano.

Lui, questa volta, ammette di sentirsi nel mirino: Ho fatto della libertà e dell'indipendenza la cifra della mia attività politica da quando avevo 14 anni, non saranno questi vigliacchi criminali a fermi abbassare la testa”.

I vigliacchi di cui lui parla non sono mai stati identificati. Ma Giacobbe non se l'è bevuta.

Dissolvenza.

Avellino. Sempre esterno notte. Ore 2,15. Due luglio scorso. Crocicchio con rotonda tra via Morelli e Silvati, via Raffaele Aversa, Strada Comunale Vallone dei lupi e via Giacinto Greco. Una Bmw X6 finisce nel mirino. Va in fiamme grazie a due inneschi che fanno esplodere le gomme, scatenando il panico in tutto il quartiere. Questi malviventi dal tizzone facile iniziano a provarci gusto. Giacobbe matura i primi dubbi.

Dissolvenza. Cambio scena. Esterno giorno. Festa della pizza a piazza Macello.

13 e 14 settembre sfida tra mastri pizzaioli. Si chiudono al traffico tre arterie principali: una cosa mai vista per una semplice appendice del ferragosto, con imponente dispiego di forze di polizia urbana. Si percepisce che è una creatura dell'amministrazione comunale. Ad organizzarla è un impreditore: Sergio Galluccio, proprietario del “Pomodoro” in via Due Principati. Molte le pizzerie coinvolte. Molte, ma non tutte. La selezione suona come l'individuazione di una serie A, relegando le altre nel limbo della cadetteria, con lievito e forme di pane ancora da mangiare per volare alto.

La festa, manco a farlo apposta, viene rinviata per un altro incendio, questa volta appiccato all'interno della Ics di Pianodardine, con una ricaduta talmente pesante che la Prefettura ordina a tutti di tapparsi in casa. Giacobbe ha come un presentimento.

Dissolvenza con intervallo. Fine primo atto. Esterno notte rione Mazzini. Avellino. Ore 1,45. Rapido come una faina, mentre un complice gli tiene sott'occhio la “piazza”, un tipo apre in un amen un'auto che dovrebbe essere complicatissima da aprire (un'Audi Q3), piazza all'interno un piccolo ordigno, si allontana e lo fa esplodere poco dopo. Lui e l'amico restano nei paraggi per godersi la scena: la deflagrazione, l'allarme, il panico, la gente che scende in strada. L'auto, si scopre subito, è di Sergio Galluccio, l'imprenditore della pizza che l'aveva parcheggiata pochi minuti prima.

Questi malviventi dal tizzone facile si stanno affinando: ora usano anche polvere da sparo.

Giacobbe rivela a tutti: “Qualcosa non va”, facendo piombare procura, polizia e carabinieri nella più cupa disperazione. Loro non tengono il passo con l'inquinamento del Fenestrelle, che basterebbe risalire con degli stivaloni per capire chi sono i fuorilegge: immaginarli efficienti come nelle storie di Montalbano o del maresciallo Rocca non è di questa provincia. Che non sarà più l'impronunciabile isola felice, ma che pure non dev'essere condannata per forza all'infelicità di una nuova e cruenta stagione di camorra, come quella vissuta tra gli anni '80 e '90. Quindi, dopo ogni incendio, grande o piccolo, e dopo ogni esplosione, grande o piccola, il minimo che possono fare procura, polizia e carabinieri è cercare di capire.

Cambio scena. Esterno giorno. Avellino. Ore 11,35.

Due gazzelle dei carabinieri sfrecciano a tutta velocità per via Circumvallazione, superando le auto come fossero a caccia del demonio. Tutti pensano a una rapina. In realtà, c'era stata una imbeccata (“Dopo una piccola esplosione?”, si domanda una voce fuori campo) e si stavano recando nell'abitazione di un imprenditore, Damiano Genovese, un ex consigliere comunale, un leghista (che ora non è più leghista) come Sabino Morano, l'uomo che ha lasciato sul campo una Panda e una Giulietta.

Damiano Genovese ha un cognome scomodo e una pistola rubata nell'armadio. Di essere figlio di un boss non lo ha scelto. Di tenersi l'arma sì.

Una voce fuori campo si chiede: dove mangerà la pizza Damiano?

Sipario.

P.S. Importante. I fatti narrati prendono spunto dalla realtà ma il loro concatenarsi è frutto della fantasia di chi scrive. In premessa e in epilogo. Ogni altro riferimento a fatti e persone deve intendersi casuale e ci scusiamo fin d'ora di eventuali equivoci non voluti. Giacobbe questo lo sa.