Vivono in una cella di tre metri per quattro, possono parlare con i familiari solo per un'ora al mese sorvegliati dalla telecamera, un occhio che vigila anche sui loro sonni con l'obiettivo a raggi infrarossi. Possono incontrare senza vetro divisorio soltanto parenti di età inferiore ai 12 anni. Niente giornali, niente libri. È il 41 bis, cosiddetto carcere duro che venne introdotto in Italia dalla legge Gozzini. All'inizio riguardava solo le situazioni di rivolta o altre gravi situazioni di emergenza interna alle carceri italiane.
Poi dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992, dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della sua scorta, fu introdotto dal decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti), convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356, un secondo comma all'articolo, che consentiva al Ministro della Giustizia di sospendere per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica le regole di trattamento e gli istituti dell'ordinamento penitenziario nei confronti dei detenuti facenti parte dell'organizzazione criminale mafiosa. Il provvedimento può durare quattro anni e le proroghe due anni ciascuna.
Da oggi il 41 bis è a rischio.
Raffaele Cutolo, così come gli altri storici boss di camorra, ‘ndrangheta e mafia o i terroristi, potrebbero vedersi cambiare il proprio regime detentivo dopo la decisione del Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’ergastolo ostativo.
Oggi la Corte ha esaminato l'ammissibilità del ricorso del governo italiano contro le concessioni e i permessi ai detenuti all'ergastolo ostativo dopo il caso di Marcello Viola, pluriomicida in cella dal 1990 cui la Cedu ha dato ragione.
Cutolo è tra i più “anziani” del 41 bis, ha passato in cella 56 anni dei suoi 78. Ma adesso “sperano” anche i casalesi Francesco Bidognetti, Francesco Schiavone Sandokan e Michele Zagaria. In pratica potrebbero presentare istanza per regime detentivo “inumano” e fare causa allo Stato. L'ultima parola certo spetta comunque ai tribunali di Sorveglianza italiani, cui toccherà di volta in volta pronunciarsi sulle istanze dei capiclan.
Ma la breccia che si apre oggi costituisce un elemento di preoccupazione per un paese e un territorio come il nostro.
Il ministro della giustizia Bonafede è categorico: «Non condividiamo nella maniera più assoluta questa decisione della Cedu, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi possibili le ragioni del governo italiano e di una scelta che lo Stato ha fatto tanti anni fa: una persona può accedere ai benefici a condizione che collabori con la giustizia».