“Valentino non mi ha mai detto di aver preso parte alla rapina, ha sempre affermato che non c'entrava. E' stato suo padre a riferirmi che non era così, perchè quella sera era andato a prendere sia lui, sia Spitaletta, rimasti impantanati con l'auto. Io non conoscevo Spitaletta, quando venne sotto casa per incontrare Valentino, il papà mi disse che era lui quello dell'altra volta...”.
Parola della fidanzata di Valentino Improta, 26 anni, di Montesarchio, che il 4 maggio del 2018 era stato rinvenuto senza vita, ammazzato con due colpi di fucile a canne mozze e carbonizzato, sul monte Taburno, in una Fiat Punto, intestata alla madre, ferma alla località Cepino di Tocco Caudio, nelle vicinanze di un'area pic-nic.
La giovane è stata ascoltata questa mattina nel processo, in corso dinanzi alla Corte di assise, a carico di Paolo Spitaletta (avvocato Antonio Leone), 50 anni, di Tocco Caudio, accusato di rapina e omicidio preterintenzionale. Imputazioni che sarebbero state contestate anche ad Improta se non fosse stato ucciso, relative al colpo compiuto il 10 aprile del 2018, a Montesarchio, nell'abitazione di due anziani, uno dei quali, Giovanni Parente, 83 anni, era deceduto a distanza di due settimane al Rummo, dove era stato ricoverato dopo essere stato colpito al volto da un pugno, finendo con la testa contro un muro e poi sul pavimento.
Un episodio che, secondo gli inquirenti, fa da sfondo, rappresentandone il movente, all'omicidio di Improta, per il quale lo stesso Spitaletta e Pierluigi Rotondi, 31 anni, hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato. Perchè – questa la tesi- il 26enne sarebbe stato ammazzato per aver minacciato Spitaletta di chiamarlo in correità se, nel caso in cui fosse stato arrestato, non avesse ricevuto assistenza economica per sé e la sua famiglia, anche per sostenere le spese legali per la propria difesa. Per la rapina ai due anziani ("Erano all'incirca le 20.05 quando la sorella di Giovanni aveva chiesto aiuto: stavo cenando e vedendo il Tg 5", ha riferito un vicino di casa) Improta aveva infatti ricevuto un avviso di garanzia in vista dell'autopsia.
"La sera del 10 aprile 2018 – quella del raid ndr- ho incontrato Valentino, con il quale ero cresciuto. Era con un'altra persona, tutti e tre siamo andati a consumare una birra al bar. L'ho presa io a debito, nessuno di noi aveva soldi", ha raccontato un amico, incalzato dalle domande del pm Assunta Tillo e della difesa, ed energicamente invitato dal presidente della Corte, Sergio Pezza (a latere Maria Di Carlo, più i giudici popolari), a dire la verità.
"Stia attento, la falsa testimoniianza prevede una pena da 2 a 6 anni", gli ha ripetuto più volte. "Dopo la birra, Valentino e l'altro andarono via in auto, poi tornarno intorno alle 22. Bevemmo altre due birre, che pagarono loro, mi accorsi che avevano i soldi. Subito dopo, infatti, giocarono alle slot machine, spendendo tra i 60 e gli 80 euro. Valentino mi disse che era successo qualcosa, senza precisare cosa, in casa dei Parente, che il vecchio si era fatto male, e che c'erano carabinieri e 118...".
La deposizione è poi scivolata verso i giorni successivi: "Valentino era agitato, impaurito, mi fece vedere la carta che aveva ricevuto – l'avviso di garanzia ndr-, non capiva perchè lo accusassero della morte del vecchio...". Il teste ha poi ammesso di aver confidato ai carabinieri, quando gli avevano perquisito l'abitazione, "alcuni nomi" come autori della rapina. Tra essi, quello di Valentino e di colui che era in sua compagnia al bar. "Perchè? Mi era sembrato strano, quando ci eravamo rivisti, che avessero il denaro".
Quando aveva capito di essere indagato, Valentino si era rivolto ad un legale, che gli aveva consigliato di nominare un consulente per l'autopsia. "Lui non aveva i soldi per pagarlo, poi aggiunse – ha puntualizzato la compagna – che se fosse andato dentro lui, anche noi saremmo stati meglio".
A supportare le indagini, le intercettazioni telefoniche ed ambientali operate dai militari della Compagnia di Montesarchio e quelle che già stava curando la Squadra mobile. Un lavoro ripercorso da un investigatore del Reparto operativo della Compagnia caudina, che ha riannodato i fili di un'attività sfociata nel maggio 2018 nell'arresto di Spitaletta. Prossima udienza il 26 novembre.