Avellino

Il clan, dunque.

Il temibile clan Partenio, chiamato così perché solo ad Avellino si porta “il rispetto” di non dare all'organizzazione criminale il cognome del capostipite: perché Genovese, pur all'ergastolo, l'Irpinia non lo nomina.

E ora ci s'inventa il “nuovo clan Partenio” (purtroppo anche nelle carte processuali) perché si sa che Galdieri ne teneva le fila ma non al punto da potersi intestare l'intera organizzazione: al contrario dei Cava, dei Graziano, dei Bardellino, dei Nuvoletta.

Come già accaduto per la parabola dei Genovese, le inchieste che ne hanno decretato la dissoluzione sono figlie di una ritrovata “banalità del male”.

Pochi ricordano che tutto partì, all'epoca, da una schiaffeggiata a un parcheggiatore abusivo che dei quattro spiccoli raggranellati non volle consegnarne parte a uno del clan.

Se tutto o quasi di Galdieri si è letto e scritto lo si deve a un povero cristo, quell'incauto “imprenditore” che non riuscendo a restituire qualche spicciolo è stato costretto a lasciare in un market le chiavi della propria auto.

Insomma, pure la camorra è cambiata.

La prima volta che la criminalità organizzata si è mossa e si è mossa veramente ad Avellino lo ha fatto andando a chiedere il pizzo a un ingegnere giapponese che stava picchettando i terreni dell'Alfa-Nissan, oggi stabilimento Fca. Erano gli anni '80 e l'aria che tirava non era buona.

L'ingegnere davvero non capì cosa volessero. Poi qualcuno gli spiegò un po' di cose: fece le valigie e non tornò mai più da queste parti. E al sostituto procuratore Antonio Gagliardi, che di quella storia aveva capito tutto prima di tutti (sequestri miliardari e inchiesta sulle tangenti sui prefabbricati pesanti) lo aspettarono sulla strada per Monteforte con mitra e taniche di benzina. Erano cutoliani. Quando dovevano fare del male non erano banali.

Dieci anni dopo, il copione si è ripetuto.

Gli ingegneri Cornoni e Candeo si ritrovarono dei signori sconosciuti nel cantiere della strada Bonatti. Loro, gli ingegneri, venivano dal nord e finirono per capire di che si trattava dopo un paio di raid. Erano i Cava che chiedevano il pizzo su ogni centimetro di strada che si allungava e su ogni metro di mattoni che si alzava. Pasquale Raffaele Graziano era appena morto di tumore, ma il figlio Eugenio no. Lo aspettarono in un garage di Scisciano. La camorra ci aveva abituati anche a fucilate nella schiena di diversamente abili. E ancora oggi, nelle relazioni dell'Antimafia, i clan portano i cognomi dei capi.

Ecco perché le cronache di questi giorni sono rinculi di retorica, finiscono per assomigliare a quei libercoli che i testimoni di geova distribuivano nelle case anni fa, preannunciando la fine del mondo che poi non è venuta.

Sappiamo che quelli del clan Galdieri sparano a quelli dell'ex clan Genovese perché non riescono a spartirsi il giro di affari che generano gli esecutati ad Avellino, cioè quei poveri cristi che tentano di ricomprare all'asta delle banche le case che non ce l'hanno fatta a pagare con il mutuo. Alla Distrettuale saranno bastate un paio di telecamere negli uffici giusti per ricostruire il giro di minacce e di assegni circolari.

Eppure, dopo mille pagine di intercettazioni gli omissis che coprono il “livello politico” perché stanno ancora in piedi?

Le elezioni, rispetto alle bombe che non rompono manco i vetri delle auto e le mitragliate che graffiano le carrozzerie, sono una cosa vecchia, lontana. Nelle carte vengono prima dei raid per le pizze.