Umberto D’Amico, boss dell’omonimo clan che è una diramazione del clan Mazzarella nella zona Est di Napoli, a luglio scorso ha iniziato un percorso di collaborazione con lo Stato. Le sue dichiarazioni sono state fondamentali per ricostruire l’agguato nel quale fu ucciso Luigi Mignano. Mignano, cognato del boss Ciro Rinaldi, fu ammazzato davanti ad una scuola dell’infanzia a San Giovanni a Teduccio mentre accompagnava il nipotino di poco più di tre anni.
Ad ordinare quell’agguato fu proprio Umberto D’Amico, che ha rivelato ai pm della Dda di Napoli i retroscena di quel raid e di tante altre azioni criminali commesse nella 'guerra' tra i Mazzarella e i Rinaldi per il controllo delle piazze di spaccio e delle estorsioni nella zona Orientale di Napoli.
Interrogato l'8 luglio scorso dai magistrati, ha subito ammesso di essere il mandante del delitto e guardando le immagini di sorveglianza della zona ha dato un nome a ogni volto che compariva negli schermi. Il commando dei sicari sapeva anche che nell'auto sarebbe salito un bambino di 4 anni, lo avevano visto e continuarono a sparare, anche contro la vettura.
Dal racconto del boss pentito è emersa tutta la violenza di un gruppo di fuoco che non ha mostrato esitazioni neanche davanti alla presenza di un bambino.
il gip di Napoli ha disposto il carcere per due presunti appartenenti al clan D'Amico-Mazzarella, Giovanni Salomone, 52 anni e Giovanni Borrelli, 50 anni.
Salomone è stato indicato Umberto D’amico come l’uomo che ha rubato lo scooter utilizzato per l’agguato. Borrelli,riarrestato dopo essere stato scarcerato, ha procurato l'arma e l’ha poi distrutta dopo il raid.
Un terzo indagato che si è sottratto all’arresto è stato indicato dal boss pentito come colui che ha fornito l’appoggio logistico ai killer, procurandogli anche l’automobile con cui sono scappati dal luogo del delitto.