Benevento

Le difese l'avevano sollecitata, offrendo una serie di argomentazioni che, evidentemente, hanno fatto breccia nella valutazione del Tribunale. Che ha infatti assolto da ogni accusa, perchè il fatto non sussiste, le quattro persone (una quinta è nel frattempo deceduta) coinvolte in un'indagine sui Servizi sociali del Comune di Benevento.

Si tratta di Luigi Scarinzi (avvocato Vincenzo Regardi), 52 anni, all'epoca assessore ai Servizi sociali, Annamaria Villanacci (avvocato Luigi Giuliano), 56 anni, dirigente del settore Servizi sociali di Palazzo Mosti, Giovanni Musco (avvocato Viviana Olivieri), 46 anni, dipendente di una cooperativa, e Angelo Piteo (avvocato Angelo Leone), 58 anni, indicato come legale rappresentante della società Modisan.

Mancavano una decina di minuti alle 15 quando il collegio giudicante (presidente Fallarino, a latere Rotili e Telaro) ha letto il dispositivo della sentenza – le motivazioni saranno depositate entro novanta giorni – di un processo centrato su fatti che andavano dal 2010 al 2012 ed erano stati racchiusi in imputazioni diverse. Quelle di abuso d'ufficio e falso, avanzate nei confronti di Scarinzi, Musco e Villanacci, erano relative all'erogazione di contributi, previsti per chi è in in difficili condizioni economiche, in favore di 14 persone, alcune delle quali legate da rapporti familiari o di vicinanza al clan Sparandeo.

A Scarinzi, in concorso con due persone (una scomparsa, l'altra rimasta ignota), era addebitato anche l'occultamento della documentazione riguardante l'assegnazione dei benefici, che sarebbe stata trasferita in un luogo sconosciuto quando la notizia dell'indagine si era diffusa. Infine, allo stesso Scarinzi, a Villanacci e Piteo era stato contestato un abuso d'ufficio per l'affidamento alla Modisan, con più proroghe, dei servizi di pulizia ed igiene ambientale al cimitero.

Il pm Francesco Sansobrino, che ha ereditato il fascicolo, aveva proposto la condanna ad 1 anno e 2 mesi, per abuso d'ufficio, di Scarinzi, Villanacci e Musco, e la loro assoluzione dall'accusa di falso. Inoltre, aveva chiesto l'assoluzione di Scarinzi (per il mancato raggiungimento della prova) per l'occultamento dei documenti, e, perchè il fatto non sussiste, per lo stesso Scarizni, Villanacci e Piteo per il capitolo del cimitero. 

Lo aveva fatto al termine di una requisitoria nel corso del quale aveva espresso la sua convinzione sull'esistenza del dolo intenzionale, della consapevolezza, da parte di Scarinzi, Villanacci e Musco, della violazione del principio di imparzialità. Perchè, aveva sostenuto, nella concessione dei benefit elargiti dai Servizi sociali, che non potevano, per l'esiguità dei fondi, accontentare tutti, avevano favorito determinate persone.

Una tesi contrastata, in particolare, dai legali degli imputati chiamati in causa per l'assegnazione di quelle somme, che avevano evidenziato le lacune dell'attività investigativa, l'assenza di riscontri sulle condizioni economiche dei beneficiari, concludendo, dunque, per l'assoluzione dei loro assistiti.

L'inchiesta, avviata dal sostituto procuratore Giovanni Tartaglia Polcini e curata dalla Squadra mobile, era passata alla competenza della Dda per un'ipotesi di infiltrazione camorristica. “L'ambizione investigativa – aveva ricordato il dottore Sansobrino – era quella di dimostrare che il clan Sparandeo incideva sull'assessore Scarinzi e sui funzionari comunali”. Una prospettiva poi accantonata, che aveva determinato il ritorno degli atti alla Procura di Benevento e i rinvii a giudizio decisi nel dicembre 2016 dal gup Roberto Melone. Oggi l'epilogo del processo di primo grado.