Benevento

 

Ridotta dalla Corte di assise di appello da 16 a 14 anni e 10 mesi la condanna per Marcel Sorinel Cojoc, 33 anni, rumeno, che la Corte di assise di Benevento il 21 ottobre del 2013 aveva riconosciuto responsabile dell'omicidio preterintenzionale – e non volontario, come sosteneva la Procura, che aveva chiesto per lui una pena di 30 anni - di Antonio Pisano, 52 anni, l’agricoltore di San Leucio del Sannio che il 9 luglio del 2010 era stato  colpito violentemente alla testa - questa la ricostruzione dell’accusa -, riportando una frattura temporo-parietale sinistra. I familiari l’avevano rinvenuto in una baracca di legno di sua proprietà. Seduto vicino a due sacchi di mangime, poco più in là una pozza di sangue. Era privo di coscienza, non la recupererà più. L’avevano trasportato al Rummo, dove era stato operato e giudicato in prognosi riservata per un’emorragia cerebrale post-traumatica. Il 23 luglio il decesso.

Come si ricorderà, Cojoc aveva cercato di allontanarsi dalla zona non con la bici con la quale ogni giorno da San Nicola Manfredi, dove abitava, arrivava a San Leucio, ma con l’auto di Pisano ed il suo telefonino. Non sapendo guidare, era finito in una scarpata, ed allora aveva proseguito la fuga a piedi. Da quel momento era sparito nel nulla. I carabinieri l'avevano rintracciato in Sicilia, a Ragusa, nel luglio 2012, e l'avevano arrestato sulla scorta di un mandato di cattura internazionale emesso dall'autorità giudiziaria del suo Paese per una conadanna a 3 anni per violenza ai danni di un minore. A suo carico anche un'ordinanza di custodia cautelare per il delitto Pisano.

Da qui l'avvio del processo, con la Corte che l'aveva condannato ritenendo che non avesse volontà di uccidere. Una tesi esposta dall'avvocato Alberto Simeone, difensore dell'imputato, che nella sua arringa aveva insistito su due aspetti: l’assenza del nesso di casualità tra la frattura cranica e la morte di Pisano,  dovuta «alle patologie epatiche estremamente gravi di cui soffriva»; ed il comportamento del suo assistito, improntato alla legittima difesa. Perchè, aveva spiegato il legale, «quella mattina Cojoc aveva soltanto chiesto che gli venisse pagata la settimana di lavoro. Invece di 180 euro, ne aveva ricevuti 80, aveva protestato. Ne ne era nato un alterco, Pisano aveva imbracciato una pala. A quel punto, lui l’aveva spinto, facendolo cadere a terra. Poi, senza vedere ciò che gli era successo e dove avesse sbattuto la testa, aveva chiuso la porta del capanno ed era scappato». Perchè temeva la reazione di Pisano, aveva aggiunto Simeone, sottolineando poi la coerenza delle dichiarazioni rese dal giovane, anche durante l’esame dinanzi alla Corte. 

Secondo il pm Nicoletta Giammarino, «il litigio non era andato come l’imputato l’aveva descritto, e ciò salta fuori dalle testimonianze. I rapporti tra Pisano, che l’aveva più volte ripreso perchè non soddisfatto di quel che faceva, e Cojoc non erano buoni».   Per il pubblico ministero, la gravissima frattura temporo-parietale sinistra che il 52enne aveva subito, una «lesione di forma circolare, può essere stata determinata solo da un colpo inferto con un oggetto».  Perchè - aveva proseguito -, «nel casolare non c’è alcunchè che possa giustificarla». E ancora: «La sua condotta è in contraddizione con il suo pensiero. Lui è scappato così in fretta, e in quel modo, perchè si è reso conto di ciò che aveva combinato. Ha chiuso la porta per impedire che il corpo di Pisano venisse trovato nell’immediatezza, si è impadronito del suo cellulare per evitare che potesse chiedere aiuto». Quanto al nesso di causalità tra l’aggressone e la morte, il pm non aveva avuto dubbi ed aveva ricordato le argomentazioni del consulente tecnico d’ufficio che aveva eseguito l’autopsia. «Il medico legale, il dottore Fernando Panarese, ha spiegato che la condizione di cirrotico di Pisano ha solo ridotto le speranze di un possibile recupero». Ecco perchè - aveva concluso - chiedo la condanna a 30 anni, concesse le attenuanti generiche ed escluse le aggravanti contestate». Aggravanti, come la crudeltà, sulla quale aveva invece puntato, proponendo che venisse riconosciuta, l’avvocato Luca Cavuoto (per le parti civili), che nel suo intervento aveva sottolineato più volte che Pisano «è stato aggredito e colpito». In un passaggio il legale aveva anche polemizzato con chi aveva «detto che per il suo stato di salute Pisano sarebbe morto anche senza il colpo, o per la rottura di alcune varici esofagee avvenuta tre giorni prima del decesso». Lui - aveva puntualizzato - « era in attesa di un trapianto, ma aveva una vita assolutamente normale. Il giorno in cui è stato aggredito, alle 6 di mattina era con Cojoc al lavoro...».  

A seguire la sentenza dei giudici, che avevano stabilito la pena dopo la concessione dell’equivalenza delle attenuanti generiche con le aggravanti, esclusa la crudeltà, e la riunione sotto il vincolo della continuazione delle altre due accuse: sequestro di persona e rapina del telefonino, ma non del denaro, dalla quale il giovane era stato assolto perchè il fatto non sussiste.

Enzo Spiezia