“Il pride è una protesta. Ha i connotati della festa perché chi sceglie di protestare vuole farlo in questo modo, ma è una protesta”.
Carlo Gabardini va dritto al punto. Il testimonial del Benevento Campania Pride è in città da ieri dove, alla libreria Masone, in una divertente cena baratto, ha presentato il suo libro “Fossi in te, io insisterei”, “Lettera a mio padre sulla vita ancora da vivere” (edito da Mondadori).
E' attore e autore, Gabardini. E al grande pubblico è noto per la partecipazione a Camera Café in cui interpreta il personaggio di Olmo, responsabile informatico dell'azienda.
La sua carriera è ricca di partecipazioni e di esperienze. Nel 1998 si diploma alla Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano e dal 2013 diventa un'icona della lotta all'omofobia con una lettera scritta, a seguito del suicidio, a Roma, di un ventunenne omosessuale, e poi pubblicata dal quotidiano la Repubblica. Una lettera intitolata “Non sentiamoci in colpa, si può essere gay e felici”.
In città come testimonial del primo gay pride ospitato da Benevento ci regala un'intervista in cui chiarisce il senso stesso dell'evento: “La questione dell'ostentazione (ndr. spesso riferita al pride) mi fa sempre un po' sorridere. Voglio spiegarla con un esempio che c'è anche nel mio libro. Se a nove bambini su dieci dai da bere acqua, bibite, succhi... e al decimo non dai nulla da bere, poi è un po' difficile lamentarsi del fatto che lui continuerà a dire “ho sete”. E' fondamentale. E la colpa è di chi non gli dà da bere. E questo per dire che ho sempre un po' di problemi a guardare uno Stato che addita i propri cittadini come omofobi quando è lo Stato il primo omofobo. Perché io sono davvero un cittadino di serie b: non posso sposarmi, non ho i diritti degli altri. E' questa la parte fondante che va risolta”.
Insomma “un conto è se mi urlano ricchione per strada, un altro è pensare che lo Stato mi nega diritti fondamentali”.
E Gabardini sostiene anche l'idea dell'Onda pride al posto di un unico grande evento. Un modo per coinvolgere città dove mai, qualche anno fa, si sarebbe immaginato di poter vedere questo tipo di manifestazioni.
“E' giusto – prosegue Gabardini – perché è importante camminare davanti al proprio comune, alla propria chiesa e dire chi si è. Il valore e il riconoscimento della propria comunità sono importanti per sfatare quel 'finché lo fate di nascosto nella vostra stanzetta va bene'. E invece va mostrata la gioia di essere omosessuale. Essere gay è bellissimo, è una cosa gioiosa e tranquilla”.
Mariateresa De Lucia