Il bel sogno del ritorno al sud, del lavorare vicino casa, del mettere a frutto la propria professionalità per il tessuto economico locale. Un bel sogno, che si sgretola in mille pezzi.
E' la storia di una brillante ragazza caudina, che chiameremo Beatrice (nome di fantasia per evitare ulteriori danni, oltre a quelli già subiti).
Beatrice si laurea brillantemente, col massimo dei voti, in un ateneo campano, poi master al nord e subito il lavoro, a Milano naturalmente.
E' product manager, ed è brava: tre anni a lavorare per un marchio importante, poi la chiamata di un altro marchio, ancora più importante, molto più importante. Beatrice è bava, tanto, si forma, acquisisce professionalità e naturalmente la restituisce all'azienda col suo lavoro: resta cinque anni in quell'azienda e fosse dipeso dall'azienda ci sarebbe restata ancora.
Ma il richiamo è forte: “L'attaccamento a casa, alla famiglia, agli amici è sempre rimasto molto forte. Intendiamoci: mi trovavo benissimo a Milano, ogni riferimento alla freddezza, alla non umanità è uno stereotipo al pari di quelli all'inverso sul sud. Mi trovavo benissimo, ma l'idea di tornare giù, un progetto di vita vicino alla famiglia e agli amici di sempre esercitava un fascino superiore”.
E dunque quando arriva la chiamata Beatrice tentenna. Marchio giovane ma già ben affermato, prospettiva interessante, contratto indeterminato, naturalmente: “E lo stipendio inferiore comunque lasciava il passo al costo inferiore della vita”. E cede.
Decisione presa, si torna al sud: seguono cinque mesi che si possono definire quantomeno particolari “Non facevo ciò che prevede il mio ruolo, la sede di lavoro lasciava parecchio a desiderare, i colleghi non formati per quel tipo di lavoro. Attenzione, bravi, ma non formati, e la formazione in questo settore gioca una parte cruciale. Sono tutti rospi che ho ingoiato di buon cuore, sempre con la prospettiva, utopica, di un progetto di vita vicino casa”.
Poi la doccia fredda: “Dopo cinque mesi mi dicono che non ho superato il periodo di prova, e sono fuori. Nessuna spiegazione sul mancato superamento, mi dicono “non c’entra nulla la tua professionalità, su quella non si discute!”. E allora su che cosa si discute? Mi hanno addirittura impedito di salutare le colleghe. Mi sono ritrovata fuori col mio sogno forse ingenuo di lavorare e bene al sud, mettendo a disposizione la mia professionalità, tutto strappato e senza più un lavoro”.
Una situazione ai limiti del paradosso, senza alcuna chiarezza, border line tra regole e zone d'ombra: “Sì, perché avevo un lavoro stabile, mi trovavo bene e mi è stato chiesto di scegliere in fretta. Pensavo puntassero alla mia professionalità: il giorno dopo al mio posto c'era una stagista...ed era rientrata una collega in maternità. Ho capito che ho dovuto tappare un buco, semplicemente”.
L'amaro in bocca non tanto per le difficoltà create, Beatrice è brava, ha un curriculum di serie A e in poco tempo saprà ricollocarsi, quanto per il cinismo, l'ottusità e il modo in cui è stato strappato un sogno: “Io una cosa del genere non l'ho mai vista. Checché se ne dica del nord: non ho mai visto un indeterminato strappato al quinto mese approfittando del “paracadute” del periodo di prova. Certo se uno fa un disastro è normale venga allontanato, ma in questo modo... tanto più che non mi hanno raccattata per strada, ma avevo un lavoro stabile, se le intenzioni erano quelle di una sostituzione sarebbe bastato dirlo. Nella mia esperienza, nel freddo e disumano nord, è capitato, quando è arrivata la chiamata dell'azienda importante dove ho lavorato fino a cinque mesi fa, che il capo della prima aziende mi ha consigliato di accettare, di cogliere l'opportunità. Altro che sfruttamento”.
E dunque la presa di coscienza, quel momento dolorosissimo che prima o poi tocca a ognuno di noi, attraversando il boulevard dei sogni infranti: “Ho chiuso gli occhi su tante cose che non voglio star qui a raccontare, ma che so che sono purtroppo comuni a tanti luoghi di lavoro piccoli e non, perché mi sono detta che NE VALEVA LA PENA e bisognava accontentarsi. Ma quanto vale questo accontentarsi? Quanto vale la dignità di un lavoratore al Sud?”
Ed ora? Già dal giorno dopo Beatrice si è messa in moto: “Ho preso la mia valigia e sono tornata su al nord, sì, dove “non sono umani”, dove sono “Freddi”, dove ti trattano “come un numero”...guarda come siamo di cuore noi invece!”.
Beatrice è brava: è caduta, si rialzerà, senza un graffio, ma lontano da casa. A volte è il dazio da pagare, quando si è bravi.