Massì, che volete che sia: in fondo, con la vita che faceva, un po' se l'è cercata. Potremmo dircelo mentre rovistiamo il cassonetto dell'ipocrisia, mentre bolliamo con il pregiudizio del moralismo più meschino una esistenza e ce ne serviamo come discrimine nel racconto della storia della sua soppressione violenta.
A pensarci bene, sarebbe la via più facile ed autoconsolatoria nel ricordare la tragica fine di una donna. Esther è il suo nome, era di nazionalità nigeriana ed aveva 36 anni. Chi l'ha uccisa quattro anni fa è ancora a piede libero ed è convinto di averla fatta franca. Può darsi che sia così, anche se una indagine può all'improvviso trovare una nuova linfa e riservare sviluppi quando nessuno se li aspetta più.
Esther era una madre: abitava a Castelvolturno e ogni giorno, quasi sempre in treno, raggiungeva Benevento per prostituirsi. Era una di quelle persone che vengono cercate nelle ore notturne, al riparo da occhi indiscreti, ed ignorate con disprezzo, come se non ci fossero, alla luce del sole.
Il 14 giugno del 2016 il suo corpo dilaniato da sette colpi di pistola era stato scoperto in un terreno a poca distanza dal Parco archeologico di Cellarulo, in una zona attraversata da un binario, da tempo non funzionante, che una cancellata separa dalla linea ferroviaria. Un caso del quale ci siamo occupati ripetutamente in questi anni.
Era stato un macchinista, transitando quella mattina alla guida di un convoglio, a notare quella figura immobile nell'erba. Un mucchietto di paglia copriva parzialmente il viso della vittima di un omicidio ancora irrisolto.
All'epoca, il sopralluogo aveva consentito alla Scientifica di repertare, oltre agli indumenti, alle scarpe e alla custodia di un cellulare, sei bossoli ed un proiettile inesploso, tutti calibro 9x21. Esther era stata centrata prevalentemente al lato sinistro e posteriormente, anche al pube. Il suo telefonino- un Akai azzurro con due slot e una sola sim card – era stato invece recuperato dieci metri più in là rispetto al punto in cui giaceva il cadavere, dopo i lavori di pulizia che quattro operai avevano effettuato nella zona. Era stato gettato nell'erba, probabilmente dall'assassino.
Numerose le persone ascoltate nell'immediatezza e nelle settimane successive. Non solo familiari, amici e amiche della vittima, ma anche alcuni clienti. Su uno, in particolare, si erano concentrati i sospetti anche dopo l'analisi delle immagini fissate dalle telecamere installate lungo il tragitto che conduce in quel determinato posto.
L'aveva incontrata in più occasioni, ecco perchè il suo numero era comparso nella rubrica del cellulare di Esther, con la quale aveva stretto un rapporto che andava al di là del mestiere che la donna esercitava, e al quale non è escluso lui avrebbe voluto che rinunciasse. L'attività investigativa condotta dalla Mobile e diretta dalla Procura non si è però tradotta nella definizione di un sufficiente quadro indiziario, ecco perchè quel delitto è ancora avvolto dal mistero.