«Non bisogna mai dare per scontata la Serie A». Questo il monito di Claudio Capone, protagonista con la p maiuscola della storia della Scandone. «Credo che per Avellino, rimanere in massima serie rappresenti un successo per tutta la città, che va ben al di là delle vittorie sul parquet. Lo sforzo per tenere Avellino nell’élite della pallacanestro non credo sia da poco e bisogna andarne fieri». E tutto sommato, la Sidigas può ripartire dalla qualificazione alle Final Eight: «Già immaginare una Scandone ancora in massima serie dopo quindici anni, quando conquistammo la promozione, era poco realistico. Vederla oggi qualificata alla Coppa Italia, dopo averla vinta nel 2008, è ancora più incredibile. Tutta queste tappe sono di diritto nella storia di questa squadra e di questa società. E mi piace ricordare che, almeno in parte, il merito è anche mio e del tiro di Jesi». Già, il tiro di Jesi. Una delle tappe fondamentali del passato e del presente della Sidigas e di Capone. Trentasette anni di carriera, che si chiuderanno domenica, quasi in contemporanea col suo cinquantesimo compleanno. Un addio al basket che avverà nella sua Chieti: «Continuerò in gran segreto con la nazionale over, ma ho voluto festeggiare il mio ultimo match di club con i miei amici di sempre, quelli con i quali ho giocato su ogni campetto quando ero ancora un ragazzino. Quelli con i quali ho vissuto i miei migliori anni, che mi hanno poi lanciato verso il professionismo». E nella sua carriera, così come nel suo cuore, Capone lascia un posto importante per la Scandone: «Nei tre anni ad Avellino ho vissuto tutte le varie fasi che un giocatore può vivere. Dalla gioia insperata per la salvezza del primo anno, alla bomba di Jesi, fino alla prima volta della Scandone in Serie A. Avellino merita questa categoria e rimarrà una delle società più importanti, se non la prima, della mia lunga carriera».
Alessio Bonazzi