Benevento

Tre anni fa il Benevento raggiunse un risultato sportivo senza precedenti, quasi inaspettato. Non ci piace parlare del semplice raggiungimento di un sogno. L'inconscio ha violentato per decenni la mente dei sanniti, nelle notti in cui ci si vedevano tra i cadetti ma la realtà era ben diversa. La serie A è un qualcosa che mette quasi soggezione per la sua portata, quindi è chiaro che non fu l'esaudirsi di un sogno: si può ben dire che la cosiddetta fase REM stesse cominciando proprio in quel preciso momento. 

E' un segno del destino che il Consiglio Federale si riunisca proprio quest'oggi, a distanza di tre anni esatti dalla promozione. Lo ammettiamo: facciamo ancora fatica a digerire la proposta della Lega A, ben lontana da ogni etica sportiva. Certo, alla fine prevarrà (si spera) il merito, ma solo aver pensato una cosa del genere lascia riflettere sulla direzione che questo sistema ha intrapreso da anni. Non esiste più il calcio romantico del passato, quello in cui i soldi erano sì importanti, ma non così decisivi da mettere da parte un giudice supremo come il campo. Verrebbe quasi la voglia di mandare tutto all'aria, di non andare più allo stadio. Ma il legame che unisce ogni appassionato ai propri colori, alla propria maglia, va ben oltre e spesso questi "grandi" dirigenti approfittano di un sentimento così purissimo per fare del calcio ciò che si vuole.

Nella notte di tre anni fa, non è stato il Benevento a guadagnarsi l'accesso alla serie A ma si è rivelato il contrario perché capace di dare a tutta Italia un messaggio incredibile, tenendo alta la fiammella della speranza in un calcio malato. Il girone d'andata è stato disastroso non per colpe di altri, ma proprie. Il Benevento non ha cercato altre vie per giustificarsi, ma ha messo le mani al portafogli e ha rivoltato come un calzino la squadra a gennaio. Alla fine il risultato finale non è cambiato, ma che importa: in certi contesti gli errori si pagano a caro prezzo e la Strega meritava di retrocedere. L'importante è mantenere la faccia pulita, chiudere con un abbraccio da pelle d'oca tra la squadra e il suo pubblico: un segno d'affetto che dovrebbe essere la normalità, ma in Italia ha suscitato scalpore perché non si è più abituati alla genuinità dello sport. Da queste parti il calcio è sacro, così come i meriti. Infatti al Benevento non è mai stato regalato nulla in novant'anni di Storia, anzi spesso gli è stato tolto ingiustamente: una triste tradizione a cui volevano accodarsi anche quelli della Lega A. 

La prima volta non si scorda mai, ma la seconda - questa sì - lo è ancora di più e sarà una "missione", perché alla Lega A serve come il pane un po' di calcio di provincia genuino e sano tra le proprie fila