«Sono vivo e sto ancora combattendo. Il dopo Covid è duro, la riabilitazione è lunga ma non mollo. Aver scoperto una volta ritornato alla vita che tantissime persone si sono preoccupate per me mi ha dato tanta forza e coraggio. Ogni mattina trovo messaggi sul mio profilo social e questa cosa mi commuove tanto».
A parlare è Carmine Sanseverino, dirigente medico dell’ospedale “Moscati” diventato il simbolo della lotta al coronavirus. In corsia per curare dal virus i suoi malati, è rimasto contagiato a sua volta.
Una storia tra le tante, certo, che hanno riempito le pagine di giornali e tg, ma che è arrivata dritta al cuore di migliaia di persone per la carica umana, che ha pervaso ogni singolo momento e capitolo di questo racconto.
Il 65enne risponde al telefono da Villa dei Pini, il centro di riabilitazione, sempre ad Avellino, dove è stato trasferito lo scorso venerdì dopo oltre 50 giorni di degenza, intubato, passati in rianimazione.
“Il mio calvario? a contare bene è durato di più, dal tredici aprile, quando mi hanno ricoverato e pensarci di giorni ne passeranno ancora perché non cammino, mangio cibi semiliquidi solo da ora e devo riabilitarmi in molte, tante funzioni ancora - spiega-“.
Dottore, innanzitutto come sta?
«Direi bene. Sto lavorando duro con tanti tipi di terapie di riabilitazione per rimettermi in piedi. I fisiatri e colleghi sono fiduciosi: dicono che posso recuperare al cento per cento. Sarà lunga: ci vorrà più di un mese per il recupero».
Lei è guarito, ma quali postumi della malattia deve affrontare? Com’è il dopo Covid?
«Non riesco a camminare e nemmeno a usare benissimo gli arti superiori, non ho forza nella presa. Questo aspetto, devo ammetterlo, a volte mi scoraggia. Ma vado avanti».
Tanti ex pazienti covid, dopo lunghe degenze e complicati iter di cura come il suo parlano di un senso di stanchezza prolungato…
«Sì è vero: l’astenia. Uno degli aspetti più duri di questa battaglia. Credo sia dovuta all’immobilismo prolungato, alle cure e terapie a cui sono stato sottoposto. Ma passerà anche questo».
Dottore cosa ricorda del suo risveglio?
«Ricordo che mi spostavano su una barella. Devo ammetterlo: ho temuto di non essere più in vita. Non capivo che fossero quelle due persone che ai lati della barella, mentre passavo, applaudivano di cuore. Poi ho capito che erano i miei colleghi, gli infermieri che erano felici che fossi ancora in vita. Sono momenti che non potrò mai dimenticare».
È dura.
«Sono fiducioso e mi sto impegnando molto. La logopedista e la terapista della riabilitazione motoria mi seguono per tre ore al giorno e, per altre 4 o 5, continuo gli esercizi da solo».
Cosa ha pensato il 13 aprile?
«Ho pensato ai miei figli, a mia moglie, mia sorella. La ia famiglia è sempre stato un pensiero fisso. Ho pensato a tutto quello che rischiavo di perdere. Devo ammetterlo ho avuto paura».
Si è chiesto come è stato possibile, come è rimasto infetto?
«Probabilmente, non da un paziente ma in quei momenti in cui lavorando allenti la presa cioè magari nei momenti di socialità tra colleghi o collaboratori in ospedale, quando si allentano un po’ le difese di protezione».
Dottore lei è stato curato con più terapie.
«La chiave di volta è arrivata quando sono stato curato con il plasma iperimmune, forse mi ha salvato. Vorrei ringraziare loro, l’équipe di Angelo Storti e tutta la città che ha pregato per me».
Serve ancora cautela?
«Assolutamente sì. Invito tutti a non abbassare la guardia. Non sappiamo cosa accadrà, ma non dobbiamo permettere che il virus torni a diffondersi in maniera così aggressiva. State tutti attenti».