Un patteggiamento e dieci rinvii a giudizio. Li ha decisi il giudice Vincenzo Landolfi al termine dell'udienza preliminare a carico di undici delle centodieci persone tirate in ballo dall'inchiesta del sostituto procuratore Maria Gabriella Di Lauro e della guardia di finanza su una presunta truffa in materia di indennità di disoccupazione. Si tratta di coloro per i quali è stata prospettata l'accusa di associazione per delinquere (vengono contestati, a vario titolo, anche truffa aggravata ai danni dello Stato, reati tributari, riciclaggio e autoriciclaggio).
Il patteggiamento a 2 anni, pena sospesa, è stato stabilito per Arturo Russo (avvocato Vincenzo Sguera), 58 anni, di San Nicola Manfredi, rimesso in libertà – era ai domiciliari -, mentre dovranno affrontare il processo, che partirà il 6 novembre, Cosimo Tiso, 52 anni, di Sant'Angelo a Cupolo, indicato come promotore e dominus, Gaetano De Franco, 44 anni, Gabriella Musco, 44 anni, di Benevento – in aula ha rilasciato alcune dichiarazioni spontanee con le quali ha respinto ogni addebito-, Maria Rosaria Canu, 48 anni, di Sant'Angelo a Cupolo, Tullio Mucci, 48 anni, Maurizio Marro, 57 anni, di Benevento, Piergiuseppe Bordi, 41 anni, Pasqualino Pastore, 54 anni, Sergio Antonio Fiscante, 57 anni, Raffaele Bozzi, 56 anni – una perizia psichiatrica ne ha accertato l'imputabilità e la capacità di stare in giudizio -, anche loro della città.
Non accolte, dunque, le conclusioni degli avvocati Ettore Marcarelli, Antonio Leone, Federico Paolucci, Vincenzo Sguera, Gerardo Giorgione, Mario Villani e Domenico Cristofaro, che avevano sollecitato il non luogo a procedere per i loro assistiti. Il giudice si è invece riservato sulle richieste cautelati avanzate dalle difese.
Come più volte ricordato, l'inchiesta, rimbalzata all'onore delle cronache a metà gennaio con l'esecuzione di una ordinanza, ha messo nel mirino un reticolo di società, definite cartiere, che sarebbero servite da un lato per utilizzare ed emettere fatture per operazioni inesistenti e, dall'altro, adoperate per l'assunzione fittizia di personale, per consentire la percezione indebita di indennità di disoccupazione in seguito al licenziamento. Indennità “accreditate sui conti correnti accesi dai beneficiari – la loro posizione è stata stralciata - e versate in tutto o in parte ai vertici” della presunta associazione.