"Trovo assurdo che c’è chi si lamenti della chiusura delle discoteche e delle nuove disposizioni, che impongono l’utlizzo della mascherina di sera, per evitare nuovi contagi da coronavirus. Mentre c’è stato chi si è divertito ballando in discoteca, durante questa estate assurda negando l’esistenza della pandemia e senza nessuna misura di protezione, noi infermieri del pronto soccorso di Avellino, come migliaia di altri colleghi, abbiamo trascorso questi giorni torridi, molto spesso bardati a fare tamponi”.
Fulvio Litto infermiere del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Giuseppe Moscati di Avellino c’è sempre stato in trincea in questi mesi. Dal primo giorno dell’emergenza Covid-19 ha lavorato in prima linea. C’era lui e altri 31 colleghi nei primi giorni di allerta, sul finire di febbraio nell’unità di emergenza e pronto intervento dell’ospedale di contrada Amoretta preso d’assalto dall’arrivo di ambulanze a raffica, con a bordo persone affette dal coronavirus. Poi, sono arrivati i rinforzi, ma questa è un’altra storia.
C’e’ Fulvio in corsia, in questi giorni di agosto con altri colleghi a gestire, sempre bardato con tute e mascherine, calzari e guanti, i sospetti covid nella zona allestita nel Moscati e in cui in alcuni giorni sono arrivati anche trenta casi.
“L’emergenza non è finita - spiega Litto -. Noi sanitari lavoriamo a 40 gradi con le tute di protezione per difendere la salute di tutti. Basta ipocrisie o ci mettiamo in testa che non dobbiamo abbassare la guardia oppure i rischi sono molto elevati".
Le tute anticontaminazione restano il simbolo della pandemia.
“Fa male vedere le persone avere atteggiamenti disinvolti, vedere gente che non usa la mascherina, giovani ritrovarsi in piazzette e locali per divertirsi come nulla sia stato e nulla si rischi - spiega Fulvio Litto -. Noi infermieri ci riteniamo forti ma a ripensare a certe scene di allerta rossa vissute in reparto mi sale un dolore senza fine. Ho visto occhi di persone terrorizzate implorare, chiederci aiuto in quelle settimane di febbraio, marzo e aprile. Ricordo i momenti, le lunghe settimane in cui abbiamo lavorato anche senza Dpi e abbiamo dovuto attrezzarci per fare da noi. Io stesso mi sono adoperato per raccogliere materiali attivando la rete della solidarietà. Mi chiedo ancora oggi cosa ci sia da festeggiare.
Certo benevengano le vacanze, la rimessa in moto dell’economia, ma va fatto con giudizio e prudenza.
Noi sanitari dobbiamo, anche se non arrivano sospetti covid, fare il nostro turno di lavoro indossando doppia mascherina e guanti. Viviamo i nostri giorni in costante allerta. Certo, è il nostro lavoro e lo mettiamo in conto, ma chiediamo a tutti di seguire le regole responsabilmente, capendo che si tratta di una fase delicatissima e che rischiamo di non essere in grado di far fronte ad una nuova emergenza”. Litto rimarca come quella bardatura, quelle tute, maschere, calzari e guanti che a volte sembrano una prigione, è stata l’armatura dei sanitari per proteggersi dal coronavirus.
“Ricordo i momenti della vestizione e svestizione. Io e i miei colleghi abbiamo fatto corpo unico: ci aiutavamo l’un l’altro guardandoci, scrutandoci con cura per accertarci di non commettere passi falsi. Nessuno di noi è stato contagiato durante il rock down. Un risultato straordinario. Ora non vogliamo che ogni piccola straordinaria vittoria ottenuta sia sciupata e rinnoviamo, soprattutto ai giovani, l’appello alla responsabilità”.