I difensori avevano sollecitato il non luogo a procedere nei confronti dei loro assistiti, sostenendo l'insussistenza delle accuse, ma il gup Loredana Camerlengo non ha accolto le loro argomentazioni ed ha disposto il rinvio a giudizio. Era ciò che aveva chiesto la Procura – rappresentata in aula dal sostituto Maria Dolores De Gaudio – per le tre persone tirate in ballo, a vario titolo, dall'indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo su una presunta tangente chiesta a Cusano Mutri ad un imprenditore edile sui lavori di somma urgenza, già liquidati, per la sistemazione delle sponde del torrente Titerno dopo l'alluvione dell'ottobre 2015.
Dovranno affrontare il processo, che partirà l'11 maggio del prossimo anno dinanzi al primo collegio del Tribunale, Giuseppe Maria Maturo (avvocati Antonio Barbieri e Marcello Severino), 54 anni, dal maggio del 2014 sindaco di Cusano Mutri, Remo Di Muzio (avvocati Giuseppe Francesco Massarelli e Patrizia Pastore), 45 anni, geometra libero professionista, e Nicola Russo (avvocato Alberto Mignone), 48 anni, di Apollosa, capo Ufficio tecnico del Comune di Cusano.
Come si ricorderà l'inchiesta era rimbalzata all'onore delle cronache il 28 giugno del 2018, quando Maturo e Di Muzio erano finiti agli arresti domiciliari sulla scorta di una ordinanza di custodia cautelare adottata dal gip Gelsomina Palmieri su richiesta del sostituto procuratore Donatella Palumbo. Il provvedimento era però stato annullato dal Riesame, con una decisione confermata nel gennaio del 2019 dalla Cassazione, che aveva dichiarato inammissibile l'appello della Procura.
Nel corso degli interrogatori di garanzia, Maturo e Di Muzio avevano respinto ogni addebito. Maturo, in particolare, aveva escluso qualsiasi forma di pressione o minaccia nei confronti del titolare della ditta (è assistito dall'avvocato Giuseppe Maturo), peraltro suo testimone di nozze, affermando di non sapere alcunchè di quei soldi passati dalle mani dell'imprenditore – una scena immortalata in un video - in quelle di Di Muzio. Che, a sua volta, aveva spiegato che i 2mila euro – prima tranche, secondo gli inquirenti, di una presunta mazzetta di 6500- contenuti nella busta erano il corrispettivo di una prestazione professionale fornita alla parte offesa con la collaborazione di un altro geometra, di cui aveva scritto il nome sulla stessa busta.
Nel novembre del 2019 la chiusura dell'inchiesta, questa mattina l'udienza preliminare, conclusa con la fissazione del processo.