Benevento

Un tuono che rompe il silenzio della notte...e poi l'inferno: sotto forma di acqua, fango, massi che vengono giù. Sono passati cinque anni da quella notte, quando il Sannio è finito sott'acqua, con quelle ferite che ancora si vedono sulla sua pelle. 


Centinaia e centinaia di millimetri d'acqua che si riversano su Benevento, sulla provincia, gonfiando i fiumi, a dismisura: il Calore si alza di metri, roba mai vista, un'onda anomala, un vero e proprio tsunami esce a Ponte Valentino, si rovescia sull'aria industriale. 


Intere aziende distrutte, operai, come quelli di Rummo, che creano eccellenza, che portano il nome di Benevento in tutto il mondo costretti ad arrampicarsi per salvarsi dalla furia dell'acqua e del fango. Loro si salvano, l'azienda è distrutta, con tutte le altre dell'are: con Agrisemi Minicozzi ad esempio. 
Poi è la volta di Ponticelli, Pantano: tutta l'area di Benevento costeggiata dal Calore viene sommersa, ed è quasi una fortuna che accada di notte: immaginare una cosa del genere di giorno, magari alla rotonda di Ponticelli, o peggio, a via vittime di Nassirya nel sottopasso, avrebbe significato ben altro. 


L'acqua e il fango toccano tutta la provincia quella notte e poi dopo: viene devastato il Fortore, con fiumi di fango a scorrere tra le case, e con le immagini di Circello che restano impresse nella memoria, viene giù il Taburno, con massi a rotolare tra le strade, terra che cade giù, ponti letteralmente sventrati che interrompono i collegamenti tra un comune l'altro. Anche in questo caso, il fatto che quei massi rotolassero solo di notte, è una fortuna. 
E poi l'altro versante del Taburno: quello eccellente, quello dei vini dop, proprio in quel momento in crescita, proprio in quel momento quantomai lanciati all'attenzione dei grandi palcoscenici enologici italiani. Una pena vedere quelle vigne distrutte e ricoperte di fango. 


Perdono la vita tre persone, tante vengono salvate in extremis, alcune dopo are passate aggrappati a un cancello, con la paura di non farcela, di stancarsi, di mollare la presa. 
Ma non è solo quella notte: i giorni successivi a spalare il fango, quella splendida, fortissima dimostrazione di cosa voglia dire essere sanniti, sconosciuti che spalano fianco a fianco, si aiutano, si sorreggono. Da soli. 
Sì, perché quel fango il Sannio se l'è levato di dosso quasi in solitudine, al di là di accuse più o meno a buon mercato per i ritardi, effettivi, di una burocrazia che è l'esatto opposto di quelle mani che spalano: è lo sbadiglio sonnacchioso di chi sta a guardare. 


A cinque anni di distanza, tra ristori che ancora non risultano erogati completamente, tutt'altro, e con i segni dell'alluvione ancora presenti su muri, garage, palazzi a guardare indietro la certezza è proprio quella: il Sannio è quello che ha spalato il fango, il Sannio è la Caritas che in quei giorni ha avviato la “follia” della Cittadella ospitando chi aveva avuto casa devastata dall'acqua, il Sannio è Rummo che avrebbe potuto abbandonare tutto e andarsene da un'altra parte e invece è rimasto, ripartendo, più forte di prima. 
A cinque anni di distanza quella cicatrice c'è ancora, è innegabile, e fa male, ma allo stesso tempo, nell'accezione nietzchiana del concetto, rende più consapevoli della forza di questa terra: sprucida, dura, distaccata e sonnolenta in apparenza e tradizionalmente, unita e in grado di rialzarsi nelle difficoltà. Da sola. Anche dopo quel boato. Anche dopo quell'inferno.