Benevento

L'udienza preliminare era in programma questa mattina dinanzi al gup Gelsomina Palmieri, ma è stata rinviata all'8 marzo del prossimo anno su richiesta dell'avvocato Aldo Mirate, difensore della 33enne di Benevento- ha scelto il rito abbreviato - accusata di minaccia aggravata al Corpo giudiziario, procurato allarme all’Autorità, interruzione di pubblico servizio, favoreggiamento personale e sostituzione di persona. La donna è stata chiamata in causa dalle indagini della Squadra mobile su quanto accaduto il 20 dicembre 2016 al palazzo di giustizia sannita, teatro, nel giro di alcune ore, di un doppio allarme.

Il primo era scattato in mattinata, quando una telefonata al 112 aveva segnalato la presenza di una bomba. Le verifiche delle forze dell'ordine avevano però dato esito negativo, consentendo ad impiegati, avvocati e magistrati di rientrare nuovamente in Tribunale e riprendere le loro attività. Nel pomeriggio, però, un ulteriore allarme era stato lanciato dalle addette alle pulizie, una delle quali aveva rinvenuto, dietro un gabinetto nei bagni del primo piano, un tubo di cartone riempito con della terra – a mo' di candelotto di dinamite - e sigillato con nastro per imballaggi, di colore marrone, e fissato da alcuni fili ad un condensatore. Un falso ordigno, per fortuna.

Quel giorno era in programma il processo a carico di Paolo Messina (avvocato Angelo Leone), 38 anni, di Benevento, imprenditore termoidraulico, imputato del delitto, peraltro confessato, di Antonello Rosiello, 41 anni, anch'egli della città e imprenditore, ma nel settore della pasta, ammazzato a colpi di pistola in via Pisacane, al rione Libertà, nelle prime ore del 25 novembre 2013. L'udienza, regolarmente celebrata, era stata riservata all'esame dell'imputato, che dieci mesi più tardi – il 31 ottobre 2017 – sarebbe stato condannato dalla Corte di assise, per omicidio volontario, a 25 anni, una pena ridotta in appello nel gennaio del 2019 a 22 anni e 6 mesi.

Secondo gli inquirenti, il cellulare dal quale un “ignoto interlocutore” aveva fatto partire la telefonata ai carabinieri sarebbe stato “nella disponibilità” dell'allora 32enne, “che intratteneva una relazione sentimentale con Messina”. Un gesto che nelle intenzioni avrebbe dovuto evitare, quel giorno, lo svolgimento del processo nei suoi confronti. Come detto, non era invece andata così.

Le altre imputazioni sono invece relative al lavoro investigativo curato dalla Mobile sulla latitanza di Paolo Messina. Che, arrestato dopo l'omicidio, era tornato in libertà, nel gennaio 2015, per decorrenza dei termini, ma non era stato presente alla lettura del dispositivo della sentenza di primo grado. Era infatti fuggito in Croazia, dove era arrivato dopo un viaggio in moto di 1600 chilometri, e dove la stessa Squadra mobile lo aveva scovato a distanza di ventiquattro giorni. A gennaio 2018 la sua estradizione in Italia, l'arresto ed il trasferimento in carcere.

Gli uomini della Mobile avevano accertato l'esistenza del legame tra Messina e la donna e avevano rintracciato l'allora 35enne anche grazie a due schede sim 'dedicate' che sarebbero state adoperate per i colloqui telefonici tra i due. Due schede che la 33enne avrebbbe procurato, “intestate a due minori completamente estranei ai fatti”, i cui documenti d'identità sarebbero stati usati fraudolentemente. All'imputata, infine, è contestato anche “il tentativo di recuperare una cospicua somma di denaro dovuta da un creditore al Messina, che doveva a questi servire per affrontare la prosecuzione della latitanza”.