Avellino

Il 23 novembre del 1980 era una domenica di festa ad Avellino: i biancoverdi avevano vinto 4-2 nella sfida salvezza contro l'Ascoli. Dalla gioia si piombò ben presto nella tragedia. Il clima era molto mite per essere una serata di novembre, i cittadini irpini si trovarono a vivere un incubo a occhi aperti: un evento disastroso che segnò profondamente il cuore di tutti. Un assordante boato percorse e superò l'Irpinia attraversando l'Appennino meridionale, lungo il confine tra Campania, Puglia e Basilicata: l'orologio segnava le 19,34. Alle stelle il sismografo di Bari: il terremoto. La prima scossa, pari a una magnitudo 6.9 sulla scala Richter. Un sisma ancor più forte di quello avvenuto nel 1930. Settanta interminabili secondi, la completa distruzione.

Il forte terremoto rase al suolo abitazioni, piazze, chiese, strade, pezzi di storia. Tra i tanti, la Torre secentesca, simbolo del capoluogo avellinese, Piazza del Popolo, Via Cascino e di tutto il centro storico. Tutti i notiziari parlarono di un semplice terremoto, in realtà l'inadeguatezza delle comunicazioni non permisero di lanciare un allarme pari alla gravità di quanto era accaduto. I radioamatori furono i primi a comunicare ciò che era successo ed ebbero una fondamentale importanza per far comprendere all'esercito il reale grado d'intensità della scossa. Tra i tanti, il noto imprenditore di Lioni, Gerardo Calabrese. Tra le testimonianze, da citare anche Attilio Adinolfi, l'appassionato ragazzino che verrà ricordato come colui che riuscì ad incidere sul nastro il boato tramite RadioAlfa.

Passavano le ore e i soccorsi tardavano ad arrivare, i mezzi erano a dir poco insufficienti: i primi aiuti militari arrivarono intorno alle 22,40, tre ore dopo la terribile scossa. Il primo bilancio delle vittime era di quarantasette morti, ma solamente all’alba del giorno successivo, il 24 novembre, si prese consapevolezza della strage che era avvenuta. Si cominciò a scavare tra la polvere e i calcinacci, i numeri finali si rivelarono impressionanti: 2914 i morti, 8848 i feriti e 280.000 gli sfollati. Ma la natura non diede tregua: nelle ore successive la terra continuò a tremare, il sismografo segnò altre cento scosse di assestamento. Lo scenario era devastante: ruderi e urla di persone disperate rimaste bloccate sotto le macerie.

Il capoluogo irpino non fu l’unico ad essere stato duramente colpito, anzi, furono molti i paesi di provincia totalmente rasi al suolo: come l'antico borgo di Sant'Angelo dei Lombardi. La comunità, abitata da 5170 cittadini, fu letteralmente distrutta. Morirono 482 persone, tra cui le figure più importanti del paese: il sindaco, il parroco e il capitano dei carabinieri. Il paese era letteralmente sbriciolato. A terra l’ospedale, inaugurato l’anno precedente, il campanile, venuto giù come un castello di sabbia, insieme al convento di Santa Maria delle Grazie. A crollare fu anche il conosciutissimo Bar Corrado, il circolo in cui perse la vita il primo cittadino, Guglielmo Castellano, di soli trentadue anni. A gestire quel che rimase di un paesino di provincia, fu un piccolo gruppo di persone, guidato dal sindaco Rosanna Repole, la cui nomina avvenne due giorni dopo la catastrofe, in una tenda. I soccorsi, come nel resto dell’Irpinia, tardarono a giungere e passarono altri tre giorni prima del loro arrivo, ma si rivelarono insufficienti per tutta la popolazione.

A Lioni lo scenario apparve fin da subito pessimo. Un piccolo comune invidiato da tutti, che il sisma non risparmiò e in un solo minuto buttò giù, causando la morte di duecentodieci anime. Lo spettacolo atroce fu il cimitero, dove arrivarono i deceduti avvolti nelle lenzuola, e in assenza di quelle si utilizzavano i cartoni. Chi non veniva riconosciuto, finiva in una fossa comune cosparsa di disinfettante. Un altro paese dell'Altirpinia che venne completamente distrutto fu Conza della Campania. A cedere fu la cattedrale e tutti gli edifici limitrofi, rimase in piedi solamente il serbatoio dell'acqua, protagonista di un panorama di detriti. Venne denominata la città fantasma.

L’irreparabile destino fu lo stesso anche per Calabritto, Senerchia, Teora, San Mango Sul Calore, Castelnuovo di Conza, Laviano e ancora altri.

Ben presto arrivò l'inverno in quelle zone terremotate, che flagellò i vivi e ostacolò i mezzi di soccorso. Ad avere la peggio furono coloro che alloggiavano nelle tende. In tutte le terre colpite scarseggiavano le risorse di acqua, luce e cibo. Nel bilancio finale, non mancarono coloro i quali morirono di fame e di assideramento, e le coperte e le tende non bastavano per tutti. Lo sciacallaggio era all’ordine del giorno. Si parlava di bare vendute per mezzo milione di lire e di acqua minerale a millecinquecento lire.

Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, dopo tre giorni dal disastroso evento, vide con i propri occhi ciò che era successo, arrivò sui posti della tragedia e camminò in mezzo alle pietre che avevano invaso le strade di un’intera città. Il Capo dello Stato denunciò le carenze con un discorso che fece tremare il Governo Forlani. Arrivarono le dimissioni del Ministro dell'Interno Virginio Rognoni e nell'Avellinese anche il Prefetto Lobefalo. Al suo posto, Carmelo Caruso. Le parole del Capo dello Stato scatenarono una gara di solidarietà in tutta Italia: arrivarono da ogni luogo centinaia di volontari. A Zamberletti, poi fondatore della Protezione Civile, il compito di coordinare tutti gli interventi.

Nell'animo delle persone regnava lo sconforto e la disperazione di non ritrovare i propri familiari ancora in vita e nel pensare ad una concreta ripresa della loro quotidianità. Dalla disperazione si passò alla rabbia, nei confronti di una politica che sembrava si fosse totalmente dimenticata di loro. Per molti poteva essere una tragedia evitabile, o almeno, che il bilancio dei deceduti fosse di gran lunga inferiore. La fatiscenza degli edifici già danneggiati dai terremoti degli anni '30 e '62, creò molti interrogativi nelle menti dei cittadini. E fu lì che entrò in scena l'ombra della speculazione edilizia degli anni precedenti, fenomeno che proseguì anche dopo il sisma dell’80. La ricostruzione dei territori del cratere, con gli anni, si trasformò in un vero e proprio scandalo. Fu il risultato di una speculazione.

In quel momento la principale attenzione doveva essere focalizzata sulla ripresa della vita delle persone, sulla restituzione di un'abitazione a gente che non aveva più un luogo sicuro. Bisognava attuare dei piani che potessero dare agli irpini, ai lucani e ai salernitani, un modo per potersi procurare da vivere. Il tasso di povertà e di disoccupazione di quegli anni era molto elevato. C'erano anche gli sfiduciati, che per ricominciare immigrarono in altre regioni d'Italia o all'estero. Non era stata solo una rovina di edifici e abitazioni, ma un disastro anche sociale. Ci fu il meschino coraggio di chi ha approfittato dei cosiddetti “paesi presepe”, fregandosene delle gravi conseguenze che avrebbero causato nel futuro.

Dopo quattro decenni, nonostante la lentezza e le numerose complessità, le opere di recupero del patrimonio edilizio si possono ritenere quasi del tutto portate a termine. Ma sono due le questioni ancora carenti: l'emigrazione, soprattutto da parte dei giovani, e l'industrializzazione delle aree interne. Oggi, dopo quarant'anni, restano i segni indelebili di quella drammatica strage che distrusse intere storie di comunità e famiglie, ma è importante anche ricordare la mala gestione politica, che si spera non affronterà più in maniera così inadeguata un evento catastrofico di questa portata.