Avellino

Senza dimenticare quella su Bubas, la gran parata di tacco su De Paoli? Tutt'altro che casuale. E sì, perché le prove generali, Francesco Forte, le aveva fatte decisamente tempo addietro. Per l'esattezza? Poco più di 11 anni fa. Insomma, fa parte del suo repertorio. Aveva avuto modo di testarla, ironia della sorte, proprio contro l'Avellino. Il 27 settembre 2009, con un rivedibile (e, infatti, rivisto) look a metà tra Edinson Cavani e René Higuita (per chi non lo conoscesse, il celebre portiere della Nazionale colombiana, inventore del “colpo dello scoprione”), accadde che quel poco noto ragazzone calabrese si fiondò sui piedi di una meteora biancoverde, l'attaccante Alessandro Tarquini (decisamente meno celebre di Higuita e meno letale di Cavani) negandogli la doppietta che avrebbe chiuso i conti contro la sua Vigor Lamezia. Una fotocopia dell'intervento sull'incredulo avanti blufoncé. Spinta poderosa sulle gambe per mangiare metri spazio all'avversario, ridurne il tempo per la coordinazione e coprire quanta più porta possibile con l'ausilio di braccia larghe e piedi veloci, pronti a intercettare la palla, per poi abbrancarla. Questa è l'unica differenza, rispetto alla parata di ieri. Vedere YouTube per credere.

E c'è un'altra storia nella storia. Proprio dopo quella partita, con le maglie decisamente più larghe per la stampa nell'allora campionato di Serie D; senza l'ansia del Covid a negare due chiacchiere faccia a faccia davanti alla scaletta dei pullman, Forte raccontò al compianto Peppino Giannelli (e a chi, alle prime armi, era ben lieto di rubargli qualche risposta nascondendosi alle sue spalle), di quanto fosse stato difficile quell'uscita. “Con il frastuono dei tifosi, straordinari, alle mie spalle, è stata senza ombra di dubbio l'intervento più complicato della partita. Quello che ci ha permesso di restare in gara e pareggiare, poi, con Biondi. Giocare qui un giorno? Sarebbe un sogno. Come lo è stato oggi.” Quindici giorni più tardi, Forte, ora ventinovenne, avrebbe compiuto diciotto anni. L'età della maturità. Ma non è da escludere che uomo, Forte, lo sia diventata proprio nelle ore precedenti a quella partita.

Ecco la terza storia nella storia. La più brutta. Quel giorno, Forte scese in campo, insieme ai suoi compagni, con la morte nel cuore per l'assenza di uno dei punti di riferimento di quella Vigor. Giuseppe Madonia. Classe cristallina. In carriera, si sarebbe tolto pure lo sfizio di fare gol all'Inter, in Coppa Italia, al “Meazza”, contro l'Inter, con la maglia del Trapani. Neppure si sapeva, inizialmente, che Madonia non era sceso in campo perché aveva perso sua figlia, neo-nata. Un viaggio nel dolore, indiretto, assorbito inesorabilmente da tutto lo spogliatoio, ma anche di consapevolezza. Quella di essere un privilegiato nel poter fare della propria passione un lavoro. Quella di avere una fortuna, sotto forma di talento, da portare avanti con il sorriso. Quel sorriso che Forte ha sempre stampato sul volto e che lo hanno accompagnato dai suoi primi giorni in Irpinia così come l'umiltà. Quella non l'ha mai persa. Anche oggi, che di strada ne ha fatta. Potere di chi viene dal basso. Di chi non si scrolla di dosso, con presunzione, le partite sui campi polverosi ed è fiero di ogni tappa del suo percorso; di chi sa che la parata più importante è sempre e solo la prossima; che finire dalle stelle alle stalle è racchiuso nello spazio di una papera. Si è infortunato, si è rialzato, Forte. Ha dimostrato che un portiere con la “p” maiuscola regala punti come un centravanti da doppia cifra. L'Avellino se lo gode e lui i sorrisi, adesso, li regala. Forte. Quando il cognome è la migliore sintesi.