«Otto anni fa, quando frequentavo ancora la scuola media, ho scoperto di avere il diabete. Fu allora che iniziai a dimagrire perché il mio corpo non sintetizzava più l’insulina come prima. Prendere coscienza della malattia fu un’esperienza durissima: per un ragazzo ammettere di avere delle limitazioni non è mai un processo semplice. Così, quando cominciai a fare quattro siringhe di insulina al giorno per tenere sotto controllo la situazione, pensai di non farcela: mi chiedevo perché una sorte simile fosse toccata proprio a me e non trovavo una risposta». A parlare è Marco Silvestro, 22 anni di Mercogliano.
«Restai tre mesi in ospedale a Napoli – continua - e, a causa delle condizioni pessime della struttura, mi ammalai anche di bronchite. Durante la fase di recupero mi resi conto di come la mia vita stava cambiando: c’era un regime alimentare ferreo al quale attenersi e gli esami di controllo da fare ogni settimana. Così iniziai a raccontarmi bugie: mi ripetevo che la diagnosi doveva essere sbagliata e continuavo a mangiare dolci di nascosto peggiorando la mia situazione. Non furono rare le volte che, esasperato, esplosi in crisi di rabbia scagliandomi contro il mondo intero. Fu allora che la mia famiglia si rivelò fondamentale non facendomi mancare mai il suo affetto e il suo sostegno».
Marco cominciava a fare i conti con una stanchezza persistente, gli sforzi prolungati gli costavano immensa fatica: si sentiva spesso spossato e aveva una gran voglia di riposare. La malattia minò anche il rapporto coi suoi coetanei: sentirsi diverso lo metteva in gran soggezione, soprattutto durante gli sport di squadra per i quali non si sentiva particolarmente portato. Così, prese l’abitudine di isolarsi rifugiandosi nella tranquillità della natura, trovando conforto nei paesaggi vergini del Partenio. Proprio i momenti di solitudine trascorsi nei boschi di Montevergine si rivelarono fondamentali per la sua risalita. Marco, dopo un periodo di profondo scoramento, decise che la malattia non avrebbe vinto.
«Non aveva senso mollare – spiega – così, cinque anni fa, iniziai a prendermi cura del mio corpo iscrivendomi in palestra, cambiando l'alimentazione e soprattutto appassionandomi al trekking. Ho iniziato con brevi passeggiate di una mezz'ora e poi, a poco a poco, ho aumentato le distanze percorse. Oggi percorro mediamente trenta chilometri al giorno per quattro o cinque ore di attività fisica quotidiana. Camminare non rappresenta solo un toccasana per il corpo, è un’esperienza che mi mette quotidianamente a confronto con i miei limiti e col desiderio di superarli. Osservando la natura, imparando ad ascoltare il mio corpo, sono diventato ogni giorno più consapevole del mio fisico alimentando il desiderio di sottopormi a sfide sempre più impegnative».
«La voglia di provare nuove esperienze – continua - mi ha portato in luoghi sempre più impervi ed isolati. Durante le mie escursioni i fuori pista sono all’ordine del giorno, lascio che a guidarmi siano i miei occhi, la mia curiosità ed il mio istinto. Certo, i pericoli sono sempre dietro l’angolo: che si tratti dell’incontro con degli abitanti molesti o con un animale selvatico, ma il benessere che queste camminate mi donano vale il rischio. In questi anni ho imparato a guardare il mondo con occhi diversi e ho capito quanto sia importante non mollare, soprattutto nei momenti difficili quando il corpo e il mondo esterno fanno di tutto per farti cedere. Grazie al diabete ho capito che nella vita, come in montagna, per non perdere il percorso c’è bisogno di concentrazione e coraggio».
Marco si sta lentamente riappropriando della sua normalità: grazie all’attività fisica ha ridotto il quantitativo di insulina necessaria a tenere la sua salute sotto controllo ed è riuscito a coinvolgere nelle sue spedizioni la sua ragazza e tanti amici. Certo, nonostante i grandi risultati raggiunti, è sempre obbligato a fare particolare attenzione.
«Oggi – conclude - la mia situazione è migliorata ma vivere sotto controllo è qualcosa che non ho ancora accettato. Le quattro siringhe di insulina al giorno mi ricordano che non sono padrone della mia vita e che, probabilmente, non lo sarò mai. Nonostante questo non intendo mollare. Camminare mi aiuta molto: ogni giorno, quando apro gli occhi penso con impazienza a quali percorsi e avventure mi attendano. E’ in questi momenti che l’adrenalina sale ed io non posso fare a meno di ricordarmi che meraviglioso dono sia la vita. Allora sorrido, allaccio le scarpe da ginnastica e la sfida ricomincia».
Altre storie, inchieste, reportage, interviste, approfondimento e tanto sport sulla app gratuita di Ottopagine. SCARICALA (per Apple e Android)
Andrea Fantucchio