L'Avellino non è solo una squadra di calcio. Non lo è mai stato e mai lo sarà. E allora, cos'è l'Avellino? È un universo di immenso amore; è un'emozione che ti dà la sensazione che non ci sia parola sufficientemente adeguata per descriverla; è l'orgoglio, ostentato con motivata fierezza, di una città, di una provincia; è una storia di passione, che si identifica nel suo amato simbolo: icona di gloria pura e incancellabile, che resiste al tempo, collegando, come un invisibile filo, epoche e generazioni; passato, presente e futuro. E la storia è tornata, finalmente, al suo posto. Nel migliore dei modi possibili. Ovvero al culmine di una serata magica, destinata a diventare una storia nella storia. La denominazione, il logo: riecco l'Unione Sportiva Avellino 1912.
E mai di quell'Unione si è capito il vero significato come ieri, in un campo Coni straripante di puro entusiasmo e spirito di appartenenza, con più di cinquemila cuori a battere all'unisono per salutare i nuovi beniamini, sì, ma sopratutto per festeggiare il lupo. Quello affascinante, splendido, dell'Uesse, che è di nuovo dove sarebbe dovuto sempre essere: ossia, cucito sull'inimitabile maglia biancoverde. L'aria che si respirava, intrisa di fumogeni e commozione, era quella di una favola dal lieto fine. In cui dopo anni di incomprensioni e contrapposizioni si è arrivati ad un punto di incontro che può rivelarsi determinante per nuove, pure, apoteosi. Eccola l'Unione che può fare la differenza, emersa con tutta la sua straripante forza in una notte che può rappresentare il vero punto di partenza per tornare proprio lì. In Serie A. Perché sì, contano i giocatori, ma conta sopratutto essere coesi e compatti. E il messaggio che arriva forte e chiaro da via Tagliamento è uno: questa piazza, che si è riunita intorno ai suoi colori, non teme nessuno. Anzi.
Tutti da applausi. A partire da Mario Dell'Anno, che ha regalato un sogno a una tifoseria: essere proprietari della propria tradizione. Dopo essersi aggiudicato il logo dopo l'asta fallimentare del 2009 ha compiuto la sua missione. Ha partecipato, si è commosso, ha dato una concreta dimostrazione del concetto di carisma, indossando, con orgoglio, la maglia con il numero 12, quella dei tifosi, e incassando le parole d'elogio del presidente Walter Taccone. Che alla fine gli ha dato ragione. Ha compreso, il patron, perché questo logo è e deve essere dei tifosi: semplicemente perché è loro. Gli appartiene. L'Avellino sono davvero loro. Niente di più lontano dalla retorica. Vedere ogni sabato; tutti i giorno; in ultimo rivedere ieri, per capire che non è uno slogan. Taccone è stato, dunque, un altro dei veri protagonisti della notte da lupi. Ha fatto un figurone.
Come? Innanziutto non rinnegando il proprio legame emotivo con l'A.S., con una dignità ed una coerenza che ha suscitato anche l'applauso dello stesso Mario Dell'Anno. Ma, soprattutto, con un gesto che vale più di mille parole: via la spilla dell'A.S. con il bentornato ufficiale all'U.S.. Il cerchio si è chiuso nel contesto di una presentazione super; organizzata alla perfezione dalla associazione "...Per la storia". Il giornalista Sky, Gianluca Di Marzo ha vestito con personalità i panni del padrone di casa. Emozionandosi. Tutt'altro che un dettaglio per spiegare la pioggia di consensi relativi alla sua conduzione. Tutto autentico. Tutto vero. Così come gli occhi sgranati di Ciccio Tavano al momento del suo ingresso sul palco con annesse prime parole da calciatore dell'Avellino. Uno come lui può fare la differenza. Ma dopo un evento del genere parlare di calcio sembra addirittura superfluo. Questo è più che calcio. Questa è l'Unione Sportiva Avellino 1912.
Marco Festa