Quelle di Oreste Vigorito sono state dichiarazioni forti, capaci di far parlare tutta l'Italia (il suo nome era tra le tendenze dei social) e scuotendo dalle fondamenta un sistema che ormai ha perso da tempo quella che era la sua missione originaria. Il calcio è lo sport più semplice del mondo, per questo tutti lo amano. Quella di Benevento è tra le poche realtà che mantiene un certo sapore di "antico", con una proprietà tutta italiana e una sana passione trasmessa da tutte le componenti. Se ne respira l'essenza.
La designazione di Mazzoleni al Var ha sin da subito destato dei sospetti. Era troppo fresco quanto accaduto al Maradona proprio in favore di un Cagliari che, al di là della salvezza ormai certa, ha dato vita a un campionato disastroso. Una rosa che detiene un valore di 183,15 milioni di euro (fonte Transfermakt), ha dovuto usufruire di un evidente errore arbitrale per sbarazzarsi del modesto Benevento (56.05 milioni).
Il regolamento dice che Mazzoleni non poteva chiamare Doveri al Var se non c'è un chiaro ed evidente errore, proprio come fatto dallo stesso in occasione del gol annullato a Osimhen. In quella circostanza, è stato Fabbri a stabilire la natura del fallo. Successe una cosa simile nel corso del match tra Juventus e Benevento, con il contatto tra Foulon e Chiesa: l'arbitro Abisso non vide gli estremi del rigore e il Var non lo invitò ad andare a rivedere la sua decisione. Tutto giusto. Perché ieri è successo il contrario? E' questa la domanda che non trova risposte e che ha fatto infuriare il presidente Vigorito. Doveri aveva assegnato la massima punizione, per poi ravvedersi dopo la segnalazione di Mazzoleni. Il contatto c'è, è evidente, ma è stato reputato "lieve". Roba da matti, perché senza quel "lieve" contatto, Viola avrebbe potuto creare un'occasione pericolosa da una posizione invitante.
Dice bene la Curva Sud quando scrive che probabilmente questo non è lo scenario adatto per una realtà come Benevento. Non perché non lo meriti, anzi. Probabilmente lo merita più di tante altre realtà che accettano ben volentieri il giochino delle parti, subendo torti arbitrali ma tenendo un profilo basso per assicurarsi favori dai potenti di turno. Vigorito si è fatto sentire perché non gli servono simili giochetti: in quindici anni, il Benevento è arrivato per ben due volte in serie A soltanto con le proprie forze e a suon di milioni, vedendosi rallentato il proprio cammino da altri scandali acclarati (Potenza nel 2007 e Gallipoli nel 2009) che ancora oggi gridano vendetta.
Si è parlato tanto di Superlega, di quanto questa iniziativa mandasse in soffitta i veri valori dello sport, ma a chi importa se una realtà come Benevento va in serie B, in barba ai milioni spesi per tenerla a galla in un contesto economico difficilissimo? Il vittimismo non fa parte di queste zone, ma siamo in un mondo in cui le compagini di provincia vengono viste quasi con fastidio, come se il decadimento del calcio italiano fosse causato da loro e non dai grandi club che, nonostante i miliardi spesi, non riescono neanche a qualificarsi per un quarto di finale di Champions League. La stessa Inter, vincitrice del campionato, ha difficoltà nel garantire gli stipendi. La Superlega esiste già ma nessuno se ne rende conto, come dimostrato tra l'altro dalla riduzione della Coppa Italia alle sole società di serie A e B. Una decisione nauseante che non ha niente di diverso rispetto alla presa di posizione assunta da Agnelli e Florentino Perez, ma nonostante questo nessuno ha aperto bocca.
Il Benevento ha le sue colpe, probabilmente merita la retrocessione per aver conquistato soltanto nove punti nel girone di ritorno. Pochissimi. Mercato di gennaio sbagliato? Inzaghi doveva andare via? Probabile. Sono discorsi che faremo tra venti giorni, quando sarà tutto finito. Ora mancano ancora tre partite, nove punti in palio. Se sarà serie B, allora a testa alta da sanniti. Come sempre.