“Il Covid è un mostro che distrugge. Ammalarsi, finire in ospedale, sentire la fame d’aria, avere la netta sensazione di rischiare di morire, debilitarsi al punto di perdere 30 chili. Ecco cosa significa ammalarsi di coronavirus e sviluppare i sintomi più gravi dell’infezione. Voglio raccontare a tutti la mia storia, perché tutti siano rispettosi delle regole anticontagio, soprattutto i giovani che con l’arrivo dell’estate rischiano di essere imprudenti, avventati”. Questa è la storia di Annibale Marciano, vicesindaco di Ospedaletto d’Alpinolo 62 anni, già maresciallo della Guardia di Finanza in pensione.
Settanta i giorni di ricovero per Marciano nel reparto covid del Moscati, 50 quelli in cui ha lottato intubato.
Marciano ha deciso di raccontare la sua storia esattamente un anno dopo, per ricordare a tutti l’importanza della prudenza e del rispetto delle regole anticontagio per uscire dalla pandemia.
“Sono ancora alle prese con piccole fatiche quotidiane per recuperare a pieno le forze - racconta -. Il covid è una brutta bestia. Io devo la mia vita al dottore Angelo Storti, a tutti i sanitari dell’area Covid e area Fegato del Moscati, che mi hanno salvato in 70 giorni di lotta al coronavirus. La mia battaglia era la stessa degli altri ammalati, per i quali medici, infermieri e operatori del Moscati si sono impegnati senza tregua. Se ripenso alla mia odissea, devo ammetterlo, mi sento un miracolato”. La storia del vicesindaco Marciano rappresenta la speranza di chi ha sconfitto il coronavirus e di chi sente di essere scampato alla morte. “Un anno fa stavo uscendo dall’ospedale. Il recupero è stato il secondo momento difficile. Non tutti sanno cosa significhi riprendersi da 50 giorni trascorsi intubato. Ero pieno di piaghe. Le mie braccia, gli arti erano tronchi immobili. Ho ricominciato solo dopo lunghe settimane a camminare. Sono serviti mesi di fisioterapia dolorosissima per ritornare alla vita. Insomma, ho salvato la pelle, ma sto ancora combattendo”,
Signor Marciano, lei è guarito, ma quali postumi della malattia che ha dovuto affrontare?
«La riabilitazione è stata difficilissima. Ma soprattutto voglio spiegare a tutti che c’è l’aspetto psicologico a complicare le cose. Si deve essere molto forti per vincere il covid anche mentalmente».
In che senso?
«Lo stato d’animo dei malati di covid è un aspetto molto particolare di questo malattia. Il senso di sconforto che provavo era incredibile. Il non poter vedere, sentire i miei familiari mi aveva gettato nello sconforto più profondo».
Qual è il suo stato d'animo?
«Attualmente sto bene. Ho recuperato a pieno. Ma voglio invitare tutti ad essere consapevoli di cosa significhi contrarre il covid, avere paura per la propria vita. Credo che proprio noi ammalati dobbiamo sensibilizzare tutti alla cautela».
Che cosa ricorda del ricovero in ospedale?
«Nulla, da quando mi hanno intubato. Quando mi svegliai non sapevo neanche dove fossi. Ricordo la voce del dottore Storti che mi chiedeva, al mio risveglio, il mio nome e la gioia non appena capii di essere salvo».
La prima sensazione?
«Pensavo fossero passati pochi giorni. Non sapevo dove fossi. Ricordo che con tanta dolcezza un infermiere aprì le tapparelle per farmi vedere le mie montagne dall’ospedale, per farmi capire che ero ad Avellino».
Cosa ricorda della degenza?
«Sono stato disperato. Ricordo con tanto affetto il mio compagno di stanza, il dottore Sanseverino. Siamo stati compagni di avventura, per entrambi fortunatamente, a lieto fine».
QUal è il suo messaggio:
«Voglio dire ai giovani di stare attenti. Chiedo a tutti di trascorrere questa estate con prudenza. Il covid è, ripeto, una bestia bruttissima. Dobbiamo seguire le regole anti contagio. Distanziamento, mascherina, lavare le mani, sottoporsi al vaccino, sono regole semplici che dobbiamo continuare ad osservare con dedizione per sconfiggere definitivamente il coronavirus.