C'è qualcuno seduto di fronte a voi con un libro in mano? O magari al tavolino, con una lattina di coca? O c'è un motociclista, casco integrale in testa, che vi segue? Potrebbe essere un investigatore privato che si sta interessando a voi. Già, perché trucchi e segreti del mestiere li ha illustrati Sergio D'Amore, detective da quarant'anni: da quando alcuni congegni ce li aveva solo Sean Connery nei film di 007 e fare un'investigazione era tutt'altra storia: «Già – commenta D'Amore, che per Ottopagine ha aperto le porte del suo studio e non solo – ma lasciate perdere i film americani, fare questo mestiere è tutt'altra storia: di azione ce n'è poca, l'arma più grande che ci vuole è la pazienza, tanta tanta pazienza». Eh già, le ore di appostamento, i pedinamenti, ore dietro obiettivi che quasi mai sono i Goldfinger o la Spectre di 007: l'ufficio di Sergio D'Amore, a poca distanza dal tribunale di Avellino, ricorda un po' quello in Craven Road di Dylan Dog. Il portone ha l'aria di quello dei palazzi londinesi, il campanello non urla come quello dell'investigatore disegnato da Sclavi, il tariffario appeso al muro è simile (non cinquanta sterline al giorno più le spese ma quasi) e l'assistente c'è, ma non ha i baffi, non fuma il sigaro, non fa battute e non è Groucho Marx... è un bel ragazzo alto, ed è il figlio di Sergio D'Amore. E a differenza di Dylan Dog nelle giornate di D'Amore e di suo figlio non ci sono mostri, incubi e fantasmi, ma qualcosa di molto più terreno... e forse a volte noioso
Per leggere l'articolo completo scarica gratis l'app di Ottopagine da Play Store o da App Store.
Cristiano Vella