Avellino

Che sarebbe diventato un calciatore dell’Avellino era cosa ormai nota dallo scorso marzo (leggi qui), ma di Davide Biraschi non si sapeva poi molto. Chi fosse realmente quel difensore allora ventenne di proprietà del Grosseto, con cui non avrebbe rinnovato per firmare un triennale con i lupi, lo sapeva però bene la dirigenza irpina, che si era mossa con largo anticipo per assicurarselo. Nell’ottobre del 2014 i primi contatti: amore a prima vista e intesa presto raggiunta

Che tipo di ragazzo potesse essere Davide Biraschi, lo si era invece intuito lo scorso 8 giugno: il giorno del nero su bianco (leggi qui). Ad attenderlo per il primo abbraccio dopo la ratifica dell'accordo, con sorrisi a trentadue denti, davanti all’ingresso della sede della società biancoverde, suo padre e due dei suoi nove fratelli (leggi qui): t-shirt e pantaloncini corti, educato, felice e disponibile nel raccontare l’emozione di essere tornato in quella Serie B che aveva solo assaporato nel corso della sua esperienza in toscana. Strette di mano, disponibilità e cordialità: la forza dell’umiltà, la semplicità di chi sa che non ha bisogno di atteggiarsi a personaggio fuori dal campo, perché il suo vero palcoscenico, in fondo, è proprio il rettangolo di gioco. Quel manto erboso dove ci mette cuore, grinta e personalità. Tre parole chiave per entrare nel cuore dei tifosi, che ci hanno messo poco, pochissimo, per capire di che pasta fosse fatto questo ragazzone romano. Lo spazio di una serata, per l’esattezza, trascorsa a Frascati in compagnia dei ragazzi dell’Avellino Club Roma (leggi qui). Quel 14 giugno, con tutta la spensieratezza propria della gioventù, promise, senza parafrasare, battaglia alla Salernitana con risultati facilmente immaginabili: boato e applausi scroscianti, registrati, per sempre, in un video diventato virale. 

Si è subito calato nel nuovo contesto con l’allegria e la gioia di far parte della grande famiglia Avellino palesate anche nel corso del ritiro a Sturno, mandato in archivio tra sudore e battute, applicazione e dimostrazione di essere un ragazzo capace di far gruppo con dichiarazioni del genere: "Sono meno alto rispetto agli altri centrali difensivi, ma faccio leva sui miei punti di forza con cui posso compensare questa piccolo gap: l’esplosività e la cattiveria agonistica”. Per la serie: conoscere i propri limiti, senza farli diventare alibi, per superarli. Zero retorica. A proposito di esplosività e cattiveria agonistica: chiedete a Felipe Caicedo dell’Espanyol, una delle stelle delle Liga, corteggiato anche da club di Serie A, chi è Davide Biraschi. Almeno per la notte successiva al memorial “Nicola Taccone” avrà avuto gli incubi, il bomberone ecuadoregno, ripensando alla sensazione vissuta in campo: quella di avere un mastino che ti alita ad un centimetro di distanza sul collo, che sembra aver fatto suo il motto di Nereo Rocco: “Colpisci tutto quello che si muove a pelo d’erba. Se è il pallone, meglio”

Ecco, quella sera del 29 luglio supporters e addetti ai lavori hanno iniziato a capire davvero chi fosse il numero cinque: Davide Biraschi. E giù paragoni. Il più frequente ed immediato, quello con Leo Criaco: di volto si assomigliano, di capelli ne hanno pochi entrambi e di voglia di far passare l’avversario di turno nessuna. Ma Biraschi è Biraschi. E di questo passo saranno gli altri ad essere paragonati a lui. Intanto, su facebook, i suoi amici si sono moltiplicati in maniera esponenziale: lui interagisce e non nasconde il suo entusiasmo per i tanti attestati di stima che ogni giorno piovono sulla sua bacheca. Il silenzio da divo lo lascia agli altri. Dulcis in fundo, arriva la prima partita ufficiale e lui è disarmante per sicurezza e carattere: di testa non ne fa passare una; esce palla al piede e a testa alta dopo aver sdradicato, letteralmente, il possesso dai piedi dei dirimpettai; esce stremato dai crampi, dopo aver dato tutto. La gente si spella le mani per dimostrare il suo gradimento al suo modo di approcciare la partita. Altro che possibile alternativa: immaginarlo fuori dall’undici titolare sembra un’eresia. È già Biraschi mania. Un laziale col DNA irpino.

Marco Festa