Napoli

A proposito del quotidiano e spesso faticoso lavoro del medico, peraltro non esente da ignoranze ed errori, Carl Gustav Jung, una delle "principali figure intellettuali del pensiero psicologico, psicoanalitico e filosofico" del secolo scorso, ha detto: "Chiunque viva la sua vocazione e la realizzi secondo il meglio che sa e può, non ha motivo di avere rimorsi".

Per quanto questo aforisma sia estendibile a tutte le professioni e mestieri, c'è un aspetto che riguarda il nostro particolare e meraviglioso lavoro di medici che viene però spesso trascurato, benchè ne rappresenti una delle sue parti fondanti, ed è la comunicazione medico-paziente. Le parole, infatti, possono essere estremamente curative ovvero profondamente tossiche, accelerando così o rallentando processi morbosi, mutando o meno decorsi patologici, migliorando o peggiorando risposte terapeutiche. Correggendo, pertanto, Jung, a un medico che si rispetti non basta domandarsi se si è fatto il "meglio" che "si sapeva e si poteva" ma anche se quel "meglio" lo si è saputo raccontare, condividere e spiegare al paziente, e non solo.

È sorta a tal scopo una branca della medicina, chiamata "narrativa", nella quale mediante il "racconto da parte di pazienti, parenti ed amici, ma anche da parte di medici, di una personale esperienza medica o assistenziale...la persona condivide sentimenti, emozioni, paure e preoccupazioni con altri individui, ripercorrendo l’immaginario vissuto e condividendo una personale fase della sua vita", finendo così per "alleviare la sofferenza e permettere alle persone malate di creare una connessione con altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza o che vogliono co-partecipare e dare conforto al paziente".

Uno strumento universale, quindi, di conoscenza e comprensione per e tra tutti gli attori del pianeta salute per "capire" e perciò "curare" un disturbo o una malattia con un mezzo tanto ordinario quanto sottovalutato, quello della parola, la lama che può aprire le ferite per mondarle, la carezza che può lenirle. Bruce M. Cohen, direttore del Programma per la Ricerca Neuropsichiatrica al McLean Hospital di Belmont in Massachusetts e Professore di Psichiatria alla Harvard Medical School di Boston, in un suo recente editoriale ha scritto: "Usare le parole giuste è fondamentale nel nostro lavoro. Le parole ben scelte possono essere ascoltate e comprese. Le parole scelte male possono creare confusione o scoraggiare; possono comunicare male o essere offensive. Mantenere la qualità della comunicazione medico-paziente richiede un'attenzione particolare, perché una parte è esperta e l'altra potrebbe non esserlo, e perché solo una parte è identificata come malata." Il ragionamento del professor Cohen non è solo condivisibile, è impeccabile. Tanto più se le parole da usare sono cancro, schizofrenia, SLA, sclerosi multipla, per citarne solo alcune più angoscianti. Si possono edulcorare, metaforizzare, ma non mutare in qualcosa che non sono. Da quando ho cominciato a fare questa professione, e da mio padre prima di me, ho sempre avvertito pressante il valore della scelta da compiere di fronte a diagnosi che hanno a che fare con l'inabilità permanente (e spesso progressiva) o, addirittura, la vita, optando tra celare la verità (tutta o in parte) al paziente o rappresentarla così com'è, con le opzioni terapeutiche possibili ma anche con quelle irrealizzabili. Non credo ci sia solo una strada percorribile. Anche qui varrà la scelta personalizzata, ritagliata cioè sulle caratteristiche culturali, intellettuali e psicologiche del singolo paziente e della sua famiglia.

L'importante è che lo scopo finale (che non può non esserci) sia perseguito dal medico con umanità e compassione e condividendo le sue conoscenze e le sue aspettative con tutto il mondo affettivo dell'interlocutore. Ma non illudiamoci, molte di queste riflessioni tra qualche anno saranno retrograde e vane. I referti diagnostici saranno stilati da oscure (da tutti i punti di vista) intelligenze artificiali e la gran parte del lavoro sanitario sarà svolto in telemedicina. Non so se sarà meglio o peggio, anche se propendo per la seconda, so solo che, a proposito di forme innovative di comunicazione col paziente, non più da parte di un medico ma di un suo surrogato, qualche giorno fa, un software (appunto) della Grail Productions Inc., società statunitense di biotecnologie produttrice di un test rivoluzionario, il Galleri, in grado di rilevare più di 50 tipi di cancro prima che ne compaiano i sintomi, ha dichiarato che il suo fornitore di telemedicina (anch'esso computerizzato, tal PWNHealth) ha erroneamente inviato lettere a circa 400 pazienti suggerendo che "potrebbero aver sviluppato il cancro" e consigliando di "rivolgersi con urgenza ai loro medici di fiducia per gli opportuni approfondimenti".

La stessa società ha anche precisato che lo sbaglio "non era in alcun modo correlato o causato da un risultato errato del test Galleri". Ora acclarato che può accadere un errore informatico in tutti i campi, della comunicazione e non, anche se questo presentava caratteri differenti di gravità proprio per la particolare delicatezza dell'argomento trattato, ci si domanda se sia etico trattare informazioni di questo tipo alla stregua di un'arida "nota di servizio automaticamente generata". Se a questo prima o poi saremo ridotti,  dove sarà intanto finito il rapporto medico-paziente, con il suo carico di racconti, informazioni, accoglienze, complicità, silenzi, dubbi, pudori, contatti, sguardi e speranze? Dove saranno andate a nascondersi "le parole" - ancora cariche di tenerezza, compassione ed empatia - "per dirlo"?

*Neurologo - responsabile Sanità Confindustria Benevento