Benevento

C’è un aspetto mai emerso del mondo della caccia nel Sannio collegato al  fatturato annuo e all’economia che muove nella provincia, anche attraverso iscritti provenienti da Napoli e Caserta. «Quest’anno – spiega Luigi Lombardi, presidente provinciale di Libera Caccia, membro dell’Atc e banchiere – la Questura di Benevento si è trovata impreparata di fronte al boom di richieste di porto d’armi per uso sportivo, circa 650 in più rispetto all’anno scorso». Sono infatti 7000 i cacciatori iscritti all’Atc sannita, un piccolo esercito che produce un indotto economico annuale, solo per la stagione della caccia, di circa 3milioni e 500mila euro. «Ogni cacciatore spende in media, secondo un calcolo approssimativo, 5mila euro all’anno. 31 euro per la tassa Atc, 66 euro per la tassa regionale, 171 per la concessione governativa (che va a finire sul capitolato nazionale per agricoltura e foreste), e una polizza assicurativa, obbligatoria, che parte da un minimo di 75 euro a un massimo di 135. Per non parlare di tutto l’indotto legato all’abbigliamento, all’armeria, alle auto, per lo più fuoristrada, i bar, ristoranti e il servizio veterinario, quest’ultimo importantissimo, molti cacciatori hanno infatti il problema della leishmaniosi per i loro cani, e basta andare negli ambulatori della provincia per capire di che spesa parliamo».

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Sono diverse, inoltre, le richieste provenienti dalle associazioni venatorie e indirizzate alla Rocca «Come il censimento per le specie predatrici: corvidi, volpi e cinghiali. Specie che si sono moltiplicate a causa della riduzione dei periodi di caccia e per via delle discariche a cielo aperto diffuse sul territorio. L’aumento dei cinghiali nelle aree protette, come le oasi e i parchi, stanno provocando non pochi danni all’agricoltura. Le associazioni ambientaliste, che hanno le loro buone ragioni, i comitati nazionali e regionali, hanno fatto sì che le normative andassero a loro favore senza però tener conto dei danni provocati dal sovrannumero delle specie». E le oasi e i parchi sanniti, secondo Lombardi e non solo (diversi sono stati i presidenti ascoltati, nessuno infatti smentisce, anzi), andrebbero a riempire il carrello della spesa dei bracconieri.

Pensa che esista una vera e propria filiera commerciale riguardante la vendita illegale della carne di cinghiale? «Non è da escludere in quanto il fenomeno del bracconaggio nel Sannio è risaputo. Ci sono infatti degli abbattimenti che sfuggono ai dati statistici. Il bracconiere non è il cacciatore, spesso non paga le tasse e non ha la licenza di caccia, e il cacciatore ci tiene all’ambiente». Quindi la carne potrebbe arrivare anche negli esercizi commerciali? «Non abbiamo la certezza e anche questa eventualità non è da escludere». Quanto costa sul mercato un cinghiale abbattuto? «Si calcoli 10 euro al chilogrammo, moltiplicato per 50 kg, il netto della carne spoglia della carcassa, e arriviamo a 500 euro per ogni animale abbattuto. Prezzo che sale quando avviene la trasformazione, dai 20 ai 30 euro al kg».

 Il mondo venatorio sannita spinge dunque verso una regolarizzazione dei prelievi nei parchi e nelle oasi protette, dove gli animali sono in sovrannumero, per poi creare, al limite, una filiera commerciale legale e controllata, soprattutto dal punto di vista sanitario. Quando viene abbattuto un capo di cinghiale, la normativa impone che un tessuto sia analizzato all’Asl. A quanto pare, i numeri sarebbero molto scarsi e i servizi poco efficienti.  «Molti non si rendono conto di cosa fa un cinghiale quando ha fame, le misure di contenimento come il filo elettrico servono a ben poco. Non bisogna aspettare che ci sia un incidente stradale per autorizzare l’abbattimento. L’anomalia più grossa – conclude Lombardi – è la delega sulla caccia, noi dell’Atc, che gestiamo la programmazione, non abbiamo nessuna delega, che sta invece in capo alla Provincia».  

Michele Intorcia