Napoli

La vera storia dei Campi Flegrei - le amate e benefiche "distese ardenti" della Magna Grecia - deve ancora essere scritta. Non solo il suo epilogo. Eppure da quando le incalzanti (e cresenti) scosse telluriche di quell'area sono (ri)diventate di interesse nazionale, con l'aggravante - direbbe a buona ragione un mio caro amico - dei social media a scrivere e documentare anche quello che non fa notizia o è addirittura inventato, tutti ne parlano, chi a sproposito e chi no.

Escludo da questa lista tutti quei malati di mente che hanno approfittato di questi attenzionati eventi - di questo stiamo a rigor di logica ancora parlando visto il colore giallo dell'attuale stato di allerta - per tirar fuori tutto il loro torvo e inconsulto razzismo, augurando alle popolazioni là residenti catastrofi e stermini di ogni sorta. Mi attardo a parlare di loro (e me ne scuso) solo per dire che se costoro avessero una benché minima conoscenza della ultramillenaria narrazione di quei magici luoghi, saprebbero che se un Big One dovesse veramente là realizzarsi, come peraltro già accaduto nella notte dei tempi e per ben due volte, le conseguenze per tutto il nostro continente e, forse, per il mondo intero sarebbero (quelle sì) disastrose.

Ometto al contempo di rispondere a chi ha perfino scomodato l'antropologia per attribuire agli abitanti di Pozzuoli e dintorni una compiaciuta inclinazione alla miserabilità intellettiva e all'autodistruzione "etnica" avendo costruito le loro dimore senza alcuna accortezza o logica in una zona geologicamente quantomeno instabile se non addirittura altamente rischiosa.

Tornando ai nostri "campi" ormai sulla bocca di tutti, ora per inopportuna malevolenza e ora per legittima preoccupazione, ne segnalo la peculiarità geofisica per certi versi unica al mondo. Parliamo, infatti, di un'area vulcanica estremamente estesa - si tratta del "supervulcano più pericoloso d'Europa"  di verosimile forma circolare e del diametro non inferiore ai 18 chilometri, ma con una parte centrale estremamente "vitale" di non meno di 9 - composta da un avvallamento magmatico, la cosiddetta caldera flegrea, cui si associano poco meno di 30 tra crateri ed edifici vulcanici (molti nelle profondità marine), aree di "manifestazioni gassose effusive" tipo quelle della Solfatara, monti "nuovi" e vecchi agglomerati rocciosi post-eruttivi ma non del tutto inerti.

Tutto ciò è in continuo movimento e trasformazione da sempre. Se dovessimo paragonarla a qualcosa di umano potrebbe essere l'apparato respiratorio di un gigante sonnecchioso che, grazie al suo funzionamento, respira, espettora muchi e impurità, tossisce (da qui il bradisismo), solleva la parete toracica - i temutissimi rialzi dei terreni e dei fondali marini che dopo alti e bassi vanno avanti senza sosta dal 2005 - proprio come in un "normale" atto espiratorio, per poi tornare a inspirare aria ed effluvi - e qui il suolo si ritira - affinché il processo vitale possa continuare. A dirla tutta la zona flegrea fa quello che ogni buon cristiano non potrebbe fare meglio: dalle profondità del suo petto palpitante e turbolento scandisce il tempo incamerando ossigeno e liberando anidride carbonica. Altrove la terra è in apnea e muta, nei Campi Flegrei ha fiato e (talvolta) voce. È questa la sua natura. Da migliaia e migliaia di anni, questo è il racconto che quella terra fa di sé agli uomini che lì vivono e a quei tanti che nei millenni sono venuti da lontano a scoprirla e ad amarla. Non fatecene una colpa - non vivendo lontano dalla testa del "gigante" reclinata su Posillipo mi includo tra i suoi abitanti - se restiamo. La tomba di Virgilio, la porta di accesso agli inferi di Dante sul lago D'Averno, la Sibilla cumana, la Casina Vanvitelliana del lago Fusaro, Pozzuoli e il suo porto romano verso l'oriente, l'anfiteatro Flavio, il passaggio segreto per Napoli attraverso la Crypta Neapolitana stanno là a significare che una lunga storia si è compiuta, non solo di braccia e sudore, ma anche di cultura e dolcezza. E se i pescatori puteolani dicono che non se ne andranno, statene certi che non lo faranno. E non per ottusa ostinazione "antropologica", ma perchè sanno bene che finché i loro amati "campi ardenti" non si ammalano davvero - il che finora è successo ogni 25000 anni e ne sono passati solo 15000 dall'ultima volta che è accaduto con il cosiddetto "tufo giallo" - ogni mutamento serve solo a rinnovare il caldo respiro del gigante, purificare il suo alito, e rendere così il sole più splendente, il cielo più limpido, il mare più effusivo e le acque (termali) più sulfuree e guaritrici. Così le descriveva Plinio nel Naturalis Historiae nel 77 d.C.: “Sgorgano copiosamente e senz’ordine in moltissimi luoghi, qua fredde, là calde, là miste… altrove tiepide e fresche. Facendo sperare rimedi contro le infermità e scaturendo soltanto a pro degli uomini fra tutti gli esseri viventi, accrescono il numero delle divinità con varie denominazioni e fanno sorgere delle città come Pozzuoli". Fonti di benessere e futuro, quelle erano e queste saranno, per molti e molti secoli a venire. Non è il tempo di emigrare o di "gemellarci" con questo o quel luogo lontano, non è ancora l'ora di "identificare vie di fuga", che tanto non esistono (visto lo stato dei luoghi) - l'unica strada (è il caso di dirlo) maestra è la prevenzione - o tantomeno di recriminare per quello che poteva essere ma non è stato fatto. Si uniscano le buone menti e i cuori saggi per studiare i rischi e riconoscere in tempo i pericoli irreversibili, ma ci si lasci vivere, ora che tutto scorre come già scorreva, solo con qualche sussulto in più, senza chinare il capo né declinare una speranza per una terra così bella e irripetibile.

E soprattutto non si ripeta lo scempio a lungo senza futuro del Rione Terra. Boccaccio ne L'elegia di Madonna Fiammetta così parlava di quei luoghi: "In mezzo dell’antiche Cume e di Pozzuolo sono le dilettevoli Baiae, sopra li mari, nei liti, del sito delle quali più bello né più piacevole né cuopre alcuno cielo." Se il gigante puteolano ci scaccerà noi ce ne andremo, ma per farlo deve sgranchirsi prima di alzarsi in piedi. E in quel caso saremo i primi a saperlo. Ma nessuno ha certezza che sia ora quel tempo. Del resto nulla che là è placido è mai durato per sempre e nulla che lì è terrificante è mai rimasto tale a lungo. I campi flegrei sono l'apoteosi di una dualità, tra giorni celestiali e fumi mefistofelici, e ci ricordano che non c'è caduta senza vetta, non c'è buio senza luce, non c'è morte senza rinascita, non c'è paura senza speranza. Da qui il dovere, di chi come me è anche un po' (orgogliosamente) flegreo, di dire pacatamente al mondo che tutelare e proteggere quegli antichi siti e le loro popolazioni non può essere disgiunto dal rispettarli e amarli. E l'unico modo per farlo è (ri)conoscerne la bellezza e la storia - la vera storia - e, avendo cura di non oltrepassare il limite del rischio invalicabile che ogni vulcano reca con sé, provare a esserne degni.