«L'arte indica nuove strade, orizzonti e fantasie che aiutano la realtà a sottrarsi alla grigia cappa stagnante di lamentele e disfattismo che troppo spesso la opprime. La vera crisi non è quella materiale, si avverte quando scegli che non è importante leggere un libro o ritieni di non aver più tempo per contemplare il cielo. La ricchezza autentica è tutta intorno a noi; trovare una cavea naturale, camminare tutti i giorni nel cuore della montagna, alimentarsi della bellezza che ci circonda e poi irradiare gioia come il calore di una candela che si consuma, questo è il significato profondo dell'arte. E lo stesso discorso vale se abiti in città, se lavori, se studi, la bellezza è racchiusa in quel dettaglio, in quella prospettiva del mondo che scegli di vedere e alla quale, sopratutto, decidi di credere. Il vero artista ha sempre come teatro il cielo». Giovanni Spiniello, patriarca di decine di pittori, scultori e ceramisti avellinesi, ci accoglie nella sua bottega al Centro Storico di Avellino. Indossa il suo camice sporco di colore, più volte ci chiede con voce bassa e gentile, com'è nel suo stile, se deve toglierlo. La gentilezza e l'educazione, riassunti dai suoi gesti affabili e cordiali, mai sopra le righe, saranno una costante del nostro incontro. Il maestro apre a noi di Ottopagine le porte della sua bottega e ci parla di arte, di giovani, di Avellino e di futuro, senza lesinare consigli sull'importanza della speranza e delle buone idee indispensabili per affrontare con il coraggio necessario un'epoca come quella contemporanea, spesso troppo frenetica per fermarsi ad ammirare la bellezza che ci circonda.
«Da bambino – racconta Spiniello - la mia bottega è stata il focolare domestico, coi carboni dipingevo le pareti di casa. Mia madre quando vedeva i primi affreschi era felice e li ha conservati fino al terremoto dell'80. Abitavamo in contrada Spinelli, una frazione di Grottolella. Sono cresciuto col calore del fuoco e con i racconti e i detti popolari delle persone che venivano a trovarci».
Sul valore della speranza o sull'importanza che l'arte riveste, soprattutto per i più giovani nella crociata di resistenza contro le brutture della società contemporanea, il maestro ritorna svariate volte nel corso dell'intervista. La paura più grande, secondo Spiniello, è proprio disperdere il senso dell'esistenza, svegliarsi al mattino senza conoscere la ragione della propria permanenza su questa terra.
«Spesso – spiega – ci sentiamo fuori posto, impazienti, non adatti al ruolo che stiamo assolvendo e alla vita che stiamo vivendo. A me non è mai capitato, mi sono svegliato sempre con la gioia del cuore. Non perché non mi rendessi conto di cosa accadeva intorno, lo vedevo eccome, eppure, non bastava a scoraggiarmi. La Terra è stanca, lo ripeto dagli anni '70, ci sono nazioni che galleggiano sui rifiuti di plastica e, stando a quanto dicono molti scienziati, sarebbero sufficienti appena due gradi in più per ammazzarci tutti. Eppure, se siamo disposti a sognare e rincontrare la natura e l'essere umano, incontrare l'altro come tramite per incontrare la bellezza, nulla può davvero farci paura».
Il confine fra fantasia e realtà, fra arte e vita, fra onirico e tangibile, è splendidamente mascherato dalle parole di Spiniello che, come un'aura sottile, finiscono per velare l'essenza delle cose, siano esse oggetti reali o solo immaginati, miscelandole con rigore scientifico in un calderone alchemico dove la valenza del simbolismo si sostituisce ai dettami della verità razionale. Il maestro, come novello prestigiatore, è riuscito a vincere l'ineluttabile verdetto del tempo pagando alla vita il tributo di un'esistenza perennemente sospesa in quel limbo surreale, né troppo fantastico né troppo terreno, ai quali gli artisti di ogni tempo e luogo appartengono.
«Ho sempre vissuto con la fantasia – racconta – negli anni '60, appena terminato il mio corso di studi presso l'Accademia di Belle Arti a Napoli, ho vinto una borsa di studio che doveva portarmi in America. Non sono mai partito. C'è stato sempre qualcosa che non mi ha fatto spostare: saranno stati i racconti del focolare, forse i giovani dei quali l'Irpinia è ricca e con i quali ho avuto la fortuna, anche grazie al mio ruolo di docente, di interagire durante tutto l'arco della mia vita. I giovani sono l'oro della nostra terra, come si fa a non collaborare con loro, a non vivere una grande e perenne gioia nell'interagire con il loro spirito sempre vitale, intraprendente ed autentico. E,poi, come dico sempre io, qualcuno doveva pur restare e, siccome nessuno si decideva, l'ho fatto io».
In realtà una breve esperienza fuori dai confini cittadini c'è stata. Un'avventura stimolante che, però, non ha avuto l'esito che l'allora giovane Giovanni sperava: «Col pittore Elio Parisi e un gallerista di Avellino Matteo Lombardi aprimmo a Napoli una galleria d'arte, il Torchio, dove arrivavano i più grandi artisti del tempo, da Mirò a Capogrossi. Eppure, dopo due anni, mia mamma ha dovuto vendere un appezzamento di terreno per pagare i debiti che avevo contratto. Ho sempre vissuto molto con la fantasia, poi, per mantenermi, ho iniziato ad insegnare – afferma deciso - Questa è una terra difficile, qui siamo perennemente in salita, però sono convinto che camminare contro la forza di gravità renda i muscoli della nostra mente e del nostro cuore capaci di sopportare qualunque sforzo. Certo, anche per me, come per tutti noi, esistono dei momenti di abbattimento, però, quando questo succede, bisogna subito voltare pagina. Quando lavoro ritrovo il senso di tutto. Oggi, rispetto ad allora, sono più rare le volte nelle quali posso lavorare anche tutto il giorno senza pause, sono un vecchietto dopotutto, ma il mio cuore, quando sono in bottega a creare qualcosa, si irradia di gioia pura come la prima volta che giocai con la carbonella».
Man mano che la discussione prosegue, dinanzi a noi si dispiegano trapunte di aneddoti, insegnamenti, consigli sparsi, sorrisi, che poi ritornano, come in un circolo perenne, alle fonte che li alimenta: quel culto della bellezza, autentica, mai ostentata, che si declina in termini spesso inflazionati ma così raramente assimilati. Uno di questi, l'accoglienza, che poi va a braccetto con la capacità di capire e di immedesimarsi nel prossimo, rappresenta per Spiniello un valore da difendere ad ogni costo.
«Dobbiamo – esclama – essere accoglienza. Essere la Terra che calpestiamo e viviamo. Come si fa a non rispettare la Terra? Me lo spieghi, me lo spieghino tutti quelli che con distrazione o volontariamente la inquinano, la deturpano, la stuprano, pur di ingrossare il proprio portafoglio. Penso a certi cristiani, senza che la mia affermazione venga generalizzata o strumentalizzata, che affermano con fermezza la loro fede, e poi l'acqua che segna la testa del bambino al momento del battesimo è inquinata. E' lorda a causa della loro noncuranza. Vi sembra giusto, dov'è la giustizia in simili comportamenti. Rispettare, questo è il verbo che si è dimenticato».
Rispettare. Vale anche e soprattutto per la città nella quale si vive. Forse è l'unico momento, nel corso dell'intervista, nel quale le sue guance si colorano di un rosso più acceso, e la sua voce diventa più roca per la verve delle parole pronunciate: «Il Centro Storico era il cuore di Avellino, le botteghe pullulavano di artigiani, poi c'è stato il terremoto che come un solco ha stravolto l'anima della città. Molta della bellezza di tante nostre strutture è stata dilapidata a causa di una ricostruzione selvaggia che non ha tenuto conto della storia e dalla ricchezza di Avellino, favorendo altre dinamiche, su tutte la speculazione economica. Alla quale è seguita, inevitabilmente, quella morale».
Spiniello, interrogato su quale sia stato l'insegnamento che più di tutti ha influenzato la sue esperienza di artista e di uomo, dopo qualche tentennamento, riavvolge il nastro degli eventi fino a narrarci di un'esperienza che risale a più di cinquant'anni fa: «Quando ero giovane frequentai, grazie ad alcuni parenti che lavoravano nel mondo del circo, alcuni clown che, nel corso degli anni, sarebbero ritornati diverse volte all'interno delle mie opere. Ciò che mi colpì particolarmente allora, e che anche oggi se ci ripenso non mi lascia indifferente, è l'enorme sacrificio che c'era dietro all'arte apparentemente semplice di far ridere la gente. E i sacrifici che affrontavano quotidianamente per guadagnarsi la giornata. Sono stati i clown i miei maestri, mi hanno insegnato che non puoi vivere isolato dalla realtà, stare, come si dice dalle nostre parti, sul tuo cerasiello a commentare la vita. Devi essere protagonista».
Un percorso, quello di Spiniello, che neanche oggi accenna a volersi fermare. La ricerca delle nuove esperienze, il desiderio di sperimentare, di conoscere, di stupire e di stupirsi, è ancora intatto come il primo giorno.
«Nell'arte – conferma – per trovare qualcosa di nuovo devi incontrarti quotidianamente con ciò che già esiste. Devi vivere di arte, confrontarti su temi che riguardano di arte, perfino sognare di arte.
Incontrarsi con l'arte e la bellezza significa incontrarsi col tempo dei gatti. I gatti mi hanno insegnato tanto, sono i custodi emblematici di quello che io amo definire il valore della lentezza attiva. La meditazione nella sua vera essenza: un atto contemplativo che, per non rimanere confinato nello sterile recinto di puro esercizio di pensiero, deve essere seguito dall'azione. Quel genere di azione che influisce efficacemente sul contesto circostante, lenendo le storture del sistema che ci circonda».
«Ogni quadro – continua accarezzando con le dita le sue opere - è il connubio di meteoriti di colori che sono esplose, frammentandosi in un immenso caos che poi si è ricomposto Nell'azzurro ci sono miliardi di stelle e di sfumature, io invito tutti a guardare le stelle e a contarle. In un pezzetto di cielo, così come in un pezzetto di colore, ci sono milioni di stelle. L'azzurro rappresenta la sicurezza, il giallo la luce, il bianco l'innocenza dei bimbi e la bellezza della vita, il rosso è la passione, il verde la speranza, e poi ci sono le scie di ricordi che inframezzano la composizione artistica, così come la vita, tornando quando meno ce l'aspettiamo».
Mentre stiamo andando via il maestro ci prende il polso, con delicatezza, invitandoci a voltarci. Col sorriso che gli incendia gli occhi, tramutandoli in due profonde lanterne ardenti, ci invita a fare “la domanda”. Vuole che gli chiediamo nel suo sogno nel cassetto. Non ce la sentiamo di deluderlo.
«Siccome me lo avete chiesto con tanta insistenza – sorride sornione – quello che sogno per il futuro lo sto già realizzando. Mi riferisco al progetto nato in collaborazione con l'Associazione di valorizzazione artistico – culturale Vernice Fresca, la “Carica dei 500”. Ho donato 5 opere che saranno riprodotte in stampe digitali, 100 copie per ciascuna, per provare a raccogliere i fondi necessari a pagare l'affitto di una struttura che funga da teatro indipendente e da luogo di aggregazione creativo per la città. Nonché da sede per l'associazione. Uno spazio dove esprimere i propri sogni senza sottostare ad alcuna schiavitù politica, sociale, culturale, artistica. Un luogo dove possa esprimersi liberamente la vera Irpinia, quella che si oppone alla statistica dei suicidi. Un luogo dove essere liberi e poter camminare sulle acque come i cavalli di alcune mie opere, nelle quali ritraggo questi animali affiancati da clown e da Pulcinella mentre corrono sulle acque senza affondare. Come le idee che non possono affondare. Se tu ci credi e le persegui con passione, le tue idee passeggiano sulle acque e se ne fregano dei venti e della burrasca. Le idee vanno avanti per la loro strada, sono esenti dalle dinamiche del tempo, della logica razionale, della paura. Sono le idee con i giovani l'oro di questa terra».
(La foto di copertina è stata gentilmente concessa da Pellegrino Tarantino)
Andrea Fantucchio