Il 19 marzo quale padre abbiamo in realtà festeggiato? Quello arido e riscattato di Pablo Neruda, quello novecentesco e operaio di Edgar Guest o quello luce e clorofilla di Maria Luisa Spanziani? O ancora quello delle nostre infanzie accalorate e povere - anche quando si era agiati - di vie di fuga artificiali o giustificazioni di massa pronte all'uso?
O quello in cerca di occupazione ovvero col lavoro fino al collo, comunque assente, con madri a fare il doppio ruolo - senza mai mancare, anche quando non c'era niente da dirsi - tra un lamento, uno schiaffo, una carezza e un insegnamento? Ovvero, infine, quello moderno, alla mano, compagno di play station e di confessioni sessuali (di un maschio beninteso)?
Non contate su una mia risposta esaustiva, anche se provo a darvene una che esprima il più possibile il mio incerto pensiero. Sarà perché come padre io sono un'eccezione, più nonno che padre. Lo testimonia il fatto che all'età in cui è nata la mia terza figlia mio nonno aveva avuto la sua prima nipote. Questo qualcosa vorrà dire. Non sono tecnologico (perciò non esattamente al passo coi tempi) né pronto a soddisfare ogni capriccio - i bisogni sono altri e nessuno risulta in qualche modo contemplato nel manuale del perfetto papà moderno.
Eppure c'è qualcosa nei codici di lettura del nuovo rapporto tra padri e figli che mi sfugge. Il mio papà era parco di parole e di gesti, ben celato (e molto a lungo) ai miei occhi dal gran daffare che diceva di avere. Non è del resto che io abbia fatto molto meglio di così. Non cenavo mai con lui né ci pranzavo, eccetto (a volte) la domenica. Ma la sua voce, la sua presenza, il suo volere, la sua etica aleggiava per tutta la casa. E la ragione è semplice.
Mia madre. Era lei che ne tutelava le ragioni, era lei la sacerdotessa del sacro focolare, era (ancora) lei che ne officiava il rito quotidiano con un rigore e un ossequio onestamente forse ingiusti e inappropriati già per quei tempi. Noi figli ci limitavamo a rispettare i comandamenti non scritti da nessuna parte: ci erano fin troppo chiare giustizia e ira di chi a buona ragione (o almeno così ci veniva detto) governava la nave.
Solo molto tempo dopo, io e altri insieme a me abbiamo "sentito" che non tutti quei comportamenti, per lo più asettici, erano succubi solo della moralità stringente e rigorosa di allora, alcuni, sin dai loro albori (ma noi non lo sapevamo), erano graniticamente affettivi, addirittura teneri, condiscendenti ai nostri voleri più di quanto potessimo immaginare, già profondamente fedeli alle nostre inclinazioni, discreti e riflessivi. Un dialogo sotterraneo ci teneva avvinti ai nostri padri e noi ne traevamo inconsapevolmente un solido e duraturo beneficio.
E come Pablo Neruda - quello che aveva addirittura abiurato in età giovanile il suo cognome - che nella poesia "El padre" cercò di rimediare all'atroce contrasto col suo genitore, solo tardivamente riconosciuto come ingiustificato e sbagliato, con il meraviglioso verso "E nella notte immensa resterò con le mie e le tue piaghe", anche noi ci siamo ricreduti strada facendo, trasformando le distanze generazionali in alleanze affettive ed energie future.
I nostri padri, però, potevano contare su un tessuto sociale, perfettamente uniformato al loro modo di essere, che li conteneva e sosteneva senza soluzioni di continuità, e (soprattutto) su una immacolata matrice famigliare che li includeva e tutelava. Si può dire altrettanto oggi di noi? Temo di no. Non parlo dei sentimenti che, ora come allora, anche quando sono ritenuti anacronistici e superflui, sembrano ancora comunque avere un peso nelle architetture affettive della famiglia. Parlo, piuttosto, di comunioni di intenti, che appaiono sempre meno comprensibili e condivise da tutte le parti in gioco. Sembrano, infatti, contare più i valori di massa che quelli individuali e incontrarsi lungo percorsi che si rivelano sempre più divergenti è impresa via via più ardua.
Pesa meno la tutela del nucleo di quanto non faccia la sua dispersione, in nome di un cosmopolitismo spesso fatuo ed effimero e in un'epoca in cui la voglia di crescere e migliorarsi dei nostri figli sembra più legata a un bisogno di uniformarsi che di differenziarsi, più a una necessità di curiosare che di arricchirsi emotivamente e culturalmente. Ma, sono certo, non tutto è perduto. Se, come scriveva Denis Lord, "un padre non è colui che dà la vita, sarebbe troppo facile, un padre è colui che dà l'amore", allora il nostro messaggio, proprio grazie alla maggiore indulgenza nei confronti di chi ci discende, non potrà non essere in parte o in tutto "compreso", e un figlio sarà, pur nell'apparenza imperante dell'oggi, ancora più di ieri, la freccia lungimirante del nostro arco. Perciò, nel terzo millennio che avanza, quando festeggiamo un padre dobbiamo celebrare necessariamente i suoi figli - pulviscolo fluttuante e mutevole della sua universalità - e il giorno del padre di Gesù sarà ancora un buon giorno per ricordare e ringraziare chi non solo ha contribuito a dare la vita ai suoi figli, ma ha anche messo a loro disposizione - forse non sempre coerentemente come una volta ma si spera con più amore - i pezzi multiformi di un puzzle che li può ragionevolmente rendere migliori di lui.