Avellino

«Solo gli immigrati ci mancano, non bastano i polacchi e rumeni che vengono qui ad ubriacarsi. In estate era un continuo via via. Sembrava un hotel, macchine che salivano e scendevano in continuazione». Dice un anziano impegnato a raccogliere le nocciole nel terreno di fronte. Siamo in Via Pennini, poco distanti dall'ingresso dell'Ospedale Maffucci, ex eccellenza sanitaria della provincia, da tempo abbandonato al degrado e all'inciviltà. Superiamo il salitone che conduce al grande spiazzale antistante l'edificio. Solo le imposte che sbattono mosse dal vento, al secondo piano, rompono l'atmosfera di silenzio greve che attanaglia l'area.

Attraversiamo il mare di sterpaglie sulla destra arrivando nei pressi dei locali un tempo adibiti a magazzini e servizi igienici e oggi edifici fatiscenti. Dalle finestre divelte osserviamo l'interno: Computer distrutti sparsi sul pavimento, bombolette d'ossigeno, flebo per dialisi. Entriamo. Dopo esserci fatti largo fra frammenti di vetro, un lettino ribaltato, un frigorifero al quale è stato strappato via il portellone, accediamo al vano accanto. La discarica di rifiuti sfiora il soffitto: pc, stampanti distrutte, fili elettrici che fuoriescono dal pavimento, lettini ai quali sono stati tolti i piedi, apparecchiature sanitarie rotte di fianco a consolle coi tasti strappati via.

Usciamo e continuiamo il nostro tour del degrado. Ecco apparire i primi segni di vita: di fianco alle sedie di pelle gialla sono appallottolati un cardigan scuro e uno stivale di plastica grigia. Poco distante un brick di tavernello rovesciato e dei bicchieri in plastica. Nel vano a destra lo spettacolo è ancora peggiore: cartoni giganti riempiti d'abiti e polisterolo, presumibilmente cuccette per la notte. Di fianco a materassini verdi sui quali troviamo sparse due coperte di pail rosse e abiti da donna, una gonna scura e delle ballerine. In quelli che prima erano magazzini, fra due sedie messe in cerchio, decine di bicchieri di plastica e bottiglie di vetro semipiene.

Nei bagni: il lavandino divelto, pezzi di mattonelle sparse sul pavimento, cicche di sigaretta. La parete di fronte ha ceduto, sfondata da un albero che probabilmente è stato abbattuto dal violento vento di questi giorni. Da lì si può ammirare la facciata laterale del Maffucci. L'ennesima scatola vuota, una struttura che con il Moscati di Viale Italia e l'Ospedale Capone compone il trittico delle occasioni sprecate della sanità del nostro capoluogo. Tre strutture nelle quali, negli anni, sono stati investiti miliardi andati in fumo a causa di contenziosi privati, cattivi piani di gestione e l'avvento della Città Ospedaliera. Eppure, un simile scempio non può esaurirsi nell'indifferenza. Non si nascondono gli edifici come la polvere sotto il tappeto. Perché, prima o poi, le mancanze vengono fuori. La città, ora, chiede il conto.

Andrea Fantucchio