Quando davanti hai gente come Tavano e Trotta è normale, quasi fisiologico, che tutti si aspettino gol a grappoli. Ed è altrettanto preventivabile che in mancanza di consistente fatturato offensivo dei bomber e di risultati positivi venga presto preso tracciato un parallelo tra la scarsa vena realizzativa degli attaccanti e le difficoltà in classifica. Ma gli ultimi due anni di Serie B hanno insegnato qualcosa di estremamente importante all’Avellino. Ovvero: “primo, non prenderle” è molto più di un banale motto calcistico da reputare alla base dei successi. Leggere per credere. Stagione 2014/2015: l’Avellino dopo la sesta giornata è secondo. Quota 11 punti, frutto di tre vittorie due pareggi e una sconfitta: 6 gol fatti e 5 subiti, di cui uno solo incassato in casa. A sancirlo è, manco a dirlo, il successo casalingo (2-1) sul Livorno, che buca la porta irpina soltanto grazie ad un clamoroso autogol di Bittante. Un campionato dopo l’Avellino, mandato in archivio il sesto turno, è penultimo. Quota 4 punti, per effetto di una vittoria, un pareggio e quattro sconfitte: 6 reti realizzate e 11 al passivo, di cui quattro, in un solo colpo, tra le mura amiche. Il calcolo è presto fatto: differenza reti da +1 a -5. E allora, l’Avellino avrà pure problemi in attacco. Certo. Ma se il vero problema fosse innanzitutto la tenuta difensiva, messa a dura prova dalla mancanza di equilibrio e filtro da parte del centrocampo? I numeri non bocciano la tesi. Anzi, la avallano.
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Marco Festa