La Commissione Parlamentare Antimafia ha assestato un colpo decisivo a poche ore dalle elezioni, rendendo noti i nomi di quattro candidati alle Regionali in Campania ritenuti "impresentabili". La notizia, comunicata dalla presidente Chiara Colosimo, risponde al dovere istituzionale di trasparenza, identificando figure che, a seguito dei controlli, risultano in violazione del codice di autoregolamentazione.
Si tratta di tre nomi nel centrodestra e uno nel centrosinistra, i quali aspirano a un seggio nel Consiglio Regionale. Questa verifica, tradizionale ma sempre rilevante, pone l'attenzione sulla qualità delle liste e innesca immediate polemiche sul palcoscenico politico campano.
L'elenco dei "bocciati" è composto da Davide Cesarini (Democrazia Cristiana con Rotondi Centro per la Libertà), Luigi Pergamo (Pensionati consumatori Cirielli Presidente) e Pierpaolo Capri (UDC), tutti riconducibili all'area di centrodestra, e Maria Grazia Di Scala (Casa Riformista per la Campania), esponente del centrosinistra. Tutti i quattro candidati aspirano a un seggio nel Consiglio Regionale della Campania.
Le ragioni specifiche che hanno portato la Commissione a includerli nella lista degli "impresentabili" non sono state dettagliate pubblicamente per tutti i nomi, ma l'attenzione si concentra sui precedenti giudiziari o su violazioni che ricadono sotto il codice di autoregolamentazione stabilito dalla stessa Commissione, nato per innalzare il livello etico dei candidati.
Le reazioni degli interessati sono immediate e offrono spunti di discussione. Il leader della Democrazia Cristiana, Gianfranco Rotondi, si è distanziato dal suo candidato, Davide Cesarini, affermando di non conoscerlo direttamente: «Davide Cesarini non so chi sia, quindi per correttezza evito di commentare. Le liste sono state formate in base a spontanee proposizioni, ci ha dato il casellario giudiziale che era pulito, lo abbiamo anche pubblicato on line, più di questo non si può fare». Un commento che solleva interrogativi sulla reale verifica interna delle candidature.
Più decisa la difesa di Maria Grazia Di Scala, avvocatessa ischitana ed ex consigliera regionale di Fratelli d’Italia (ora nel centrosinistra). La candidata ha spiegato che il suo caso risale a fatti di oltre dieci anni fa legati alla sua attività professionale, nello specifico al deposito in un giudizio civile di un'autorizzazione paesaggistica che si sarebbe poi rivelata falsa, a sua detta, fornita dal cliente. Di Scala si dice sorpresa e ha sottolineato come l'istruttoria dibattimentale avesse già evidenziato la sua «totale estraneità», concludendo con una polemica sul criterio di selezione: «Credevo che, per rientrare in un simile elenco, occorresse ben altro. Contestazioni come corruzione, turbative varie, resistenza, devastazione, contiguità con ambienti criminali, finanziamenti illeciti, direbbe Dante, ne son piene le liste».
La scure dell'Antimafia, dunque, ha colpito, ma non senza sollevare polemiche sulle tempistiche e sui criteri applicati. Mentre l'eco delle giustificazioni e delle accuse incrociate si scontra con l'imminenza del voto, resta da capire se e in che modo queste bocciature influenzeranno la campagna elettorale e, soprattutto, quali siano i motivi che per ora hanno tenuto fuori dalla lente di ingrandimento altri candidati con indagini in corso, lasciando un velo di incertezza e la sensazione che la vera selezione etica, in politica, sia un processo ancora troppo opaco e incompleto.