È un attacco diretto, senza mediazioni né ambiguità, quello lanciato dalla guida suprema dell’Iran. L’ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che “l’arrogante presidente degli Stati Uniti sarà rovesciato”, evocando esplicitamente la fine della dinastia Pahlavi spazzata via dalla Rivoluzione islamica del 1979. Un parallelo carico di simboli, pronunciato davanti a una platea di sostenitori e rilanciato dalla televisione di Stato iraniana, che segna un’ulteriore escalation verbale nei rapporti già tesissimi con Washington. Nel suo intervento Khamenei ha puntato il dito contro Donald Trump, accusandolo di avere le mani “macchiate del sangue di più di mille iraniani”. Un riferimento che a Teheran viene collegato al conflitto di dodici giorni scoppiato a giugno, quando Israele ha colpito obiettivi iraniani e gli Stati Uniti hanno sostenuto l’operazione. Per la leadership della Repubblica islamica, quella guerra rappresenta la prova definitiva di un’aggressione occidentale che giustifica una linea di totale chiusura.
Proteste interne e pugno di ferro
Il discorso non è stato rivolto solo all’esterno. Khamenei ha avvertito che l’Iran non farà “alcun passo indietro” di fronte alle proteste che da settimane attraversano diverse città del Paese. I manifestanti sono stati definiti “sabotatori” e “vandali”, un linguaggio che conferma l’intenzione del regime di rispondere con la repressione. Il messaggio è chiaro: nessuna concessione, né sul fronte interno né su quello internazionale. L’evocazione del 1979 non è casuale. Paragonare il presidente americano allo Scià Mohammad Reza Pahlavi significa ribadire la narrazione fondativa della Repubblica islamica, secondo cui ogni potere ritenuto illegittimo e arrogante è destinato a cadere. In questa chiave, gli Stati Uniti diventano il nuovo nemico storico, mentre l’Iran si presenta come baluardo di resistenza contro l’ordine imposto dall’Occidente. Le parole della guida suprema arrivano in un momento di forte instabilità regionale e di crescente isolamento diplomatico di Teheran. La sfida lanciata agli Stati Uniti rischia di irrigidire ulteriormente i rapporti con Stati Uniti e di complicare ogni tentativo di de-escalation. Allo stesso tempo, il messaggio interno mira a saldare il fronte dei fedelissimi attorno al regime, trasformando la pressione esterna in uno strumento di legittimazione politica.