Sono ammissioni pesanti quelle messe a verbale da Jacques Moretti, arrestato per la strage nel bar di Crans-Montana costata la vita a giovani turisti italiani. Durante l’interrogatorio, l’uomo ha raccontato di essersi trovato di fronte a una porta di sicurezza chiusa dall’interno e di averla forzata per entrare nel locale invaso dal fumo. È in quel momento, secondo la sua versione, che avrebbe visto i primi corpi a terra. Il punto centrale del racconto riguarda proprio l’uscita di sicurezza. Moretti ha spiegato agli inquirenti che la porta non si apriva e che, preso dal panico, avrebbe deciso di sfondarla. Un dettaglio cruciale per l’indagine, perché le condizioni e la funzionalità delle vie di fuga sono al centro delle contestazioni mosse dalla magistratura svizzera, che ipotizza gravi violazioni delle norme antincendio.
Il tentativo di salvataggio
Nel suo racconto, il gestore sostiene di aver cercato di salvare una cameriera del bar, rimasta intrappolata all’interno. Un gesto che, nelle sue intenzioni, dimostrerebbe la volontà di intervenire per soccorrere chi era in pericolo. Gli investigatori stanno ora verificando la compatibilità di questa versione con gli orari, le testimonianze e gli esiti delle perizie tecniche. Le ammissioni non alleggeriscono la posizione di Moretti, accusato di omicidio, lesioni e incendio colposi. Anzi, il riferimento a una porta chiusa dall’interno apre interrogativi ancora più delicati sulla gestione del locale e sulle procedure di sicurezza in una serata particolarmente affollata. La magistratura intende chiarire se l’ostacolo alle vie di fuga abbia contribuito in modo determinante all’esito tragico dell’incendio. In parallelo proseguono gli accertamenti medico-legali sui corpi delle vittime, mentre le autorità italiane seguono l’inchiesta per garantire ai familiari la possibilità di partecipare ai procedimenti. A Crans-Montana, intanto, il silenzio della località turistica è rotto solo dalle domande senza risposta di una tragedia che continua a scuotere l’opinione pubblica.