"Nel mezzo del cammin di nostra vita/Mi ritrovai per una selva oscura/Ché la diritta via era smarrita" - è questo il primo verso della Divina Commedia di Dante Alighieri, che ne costituisce "incipit al primo canto dell'Inferno e, per estensione, all'intero poema".
Sembra solo una dotta citazione, ma a guardar bene potrebbe essere la perfetta sintesi verbale, l'emblema in versi, di due aspetti che caratterizzano con densità visionaria il cammino di Santiago di Compostela - tanto reclamizzato dal nuovo e fortunato film di Checco Zalone, "Buen camino" - come di tutti i "cammini", brevi o lunghi, rinomati od oscuri, italiani ed esteri: quello squisitamente motorio e quello più strettamente spirituale, catartico e - spera chi lo fa - salvifico.
Partiamo dal concetto stesso di cammino, lo "spostamento a piedi da un luogo all'altro", che si abbia una meta oppure no, che si giri in tondo o si vada dritti, obbligati, come treni sui binari. Camminare fa bene. Lo sanno tutti, pure le pietre. Ce lo ripetono i medici, gli scienziati e i nutrizionisti, perfino i virologi. Diecimila passi al giorno - o forse basterebbe anche meno, purché le distanze siano coperte non proprio con passo di tartaruga, e a velocità oscillanti tra i 5 e 6 chilometri all'ora. Insomma niente di che, appena il giusto. Del resto si sa da sempre che camminare migliora una serie di processi biologici, tutti finalizzati al pieno stato di salute.
Persino io - pigro per definizione - ho perseguito a lungo questa pratica tra le quattro mura di casa (sennò che pigro sarei), sia prima che dopo il Covid-19, tanto da assegnarle perfino un nome in perfetto inglese maccheronico, "home walking", cammino casalingo, tra divano, sedie e tavoli, purché mi muovessi. Sono certo che Il mondo prossimo venturo sarà dei podisti, passeggiatori dal buon mattino a notte fonda. Peripatetici insomma, come quelli che seguivano Aristotele sotto i colonnati del Liceo di Atene, discepoli giovani o meno, che apprendevano dal grande filosofo di Stagira lezioni di vita, benefiche tanto alla mente quanto (e soprattutto) al corpo.
Camminare è così una pratica necessaria per restare in buona salute ma, come nel caso del viaggio che porta i viandanti fino a Santiago di Compostela nella cattedrale di San Giacomo, è anche di più, molto di più. E qui viene il secondo significato di questo viaggio nel tempo e nello spazio - da me impropriamente preso in prestito da Dante Alighieri - che trova nella fede la sua più intima e profonda ragione.
Un "cammino" è, infatti, un atto fisico quotidiano, la cui collocazione geografica conta poco o nulla, se escludiamo la magia dei luoghi e (spesso) dei compagni di viaggio, occasionali o meno che siano. La peculiarità di questa esperienza sta tutta nell'essere vissuta giorno per giorno, con fatica, per un tempo non breve - gli ottocento chilometri del più noto e amato percorso francese possono richiedere più di un mese per essere coperti - e, soprattutto, insieme.
E qui è il vero segreto di questa come di altre prove di "cammino": chiunque le compia in piena consapevolezza se ne arricchisce a tal punto da ripeterle spesso più di una volta e mutare da quel momento in poi la propria vita. Non è così semplice e banale - mi scuserete se la cosa la pongo così - come Checco Zalone l'ha messa nel film, anche perché spesso quei giorni di condivisone costituiscono esperienza dolorosa e "perdente", più di quanto venga - oggi più che mai - rivelato alla pubblica attenzione. Ben vengano occasioni come quella del film di Zalone per sensibilizzare il grande pubblico a epifanie di questo tipo, purché però non siano confinate a prese di coscienza che durano il tempo di una proiezione.
Ogni scoperta della propria interiorità merita, infatti, rispetto, tanto più se giunge a illuminare il buio, allargare un orizzonte, creare un'opportunità che (chi sa perché) sembrava impossibile o preclusa. Che il nababbo Checco Zalone con i suoi 70 milioni di euro di incassi lo abbia immaginato oppure no, resta il fatto che non c'è modo migliore per confrontarsi con gli altri e comprendere se stessi che condividere la stessa fatica (non solo fisica), e non c'è strada più opportuna da percorrere di quella che, evitando di romanzarsi, porta nella vita reale tutto il bello e il brutto che la "selva oscura" ci priva di vedere. Così è questa l'aspirazione finale di ogni "buon cammino", ritrovare la "retta via" e tornare sul sentiero, talvolta "smarrito", dell'uomo. Piccola e, si spera, duratura consapevolezza, che - scusate se è poco - dobbiamo comunque al film di Checco Zalone, bello o brutto che sia.