Il cessate il fuoco tra il governo siriano e le Forze della Siria democratica non ha mai davvero preso forma. A Kobanê si continua a combattere, mentre dal sud avanzano fazioni affiliate a Damasco. Internet, acqua ed elettricità risultano completamente tagliati, i rifornimenti alimentari si assottigliano e la città simbolo della sconfitta dell’Isis torna sotto assedio.

Le violazioni denunciate dalle Sdf

Secondo il centro media delle Sdf, le violazioni sono iniziate pochi minuti dopo l’entrata in vigore della tregua, fissata per le 20 del 20 gennaio. Alle 20.10, riferisce un comunicato, artiglieria pesante avrebbe colpito Zirkan per oltre un’ora. Attacchi successivi avrebbero interessato Tal Baroud, mentre il giorno seguente le postazioni Sdf a Sarrin hanno respinto nuove offensive. Nel villaggio di Hamdoun, a sud di Kobanê, un bombardamento ha ucciso una donna civile, seguito da fuoco costante lungo la linea di Sarrin e da un tentativo di assalto su larga scala.

Raqqa e l’emergenza carceri

A Raqqa da giorni un gruppo di combattenti Sdf è assediato nella prigione di al-Aqtan. La presenza è rimasta anche dopo l’evacuazione per evitare un vuoto di sicurezza che avrebbe potuto favorire evasioni di detenuti dell’Isis. Le richieste di un corridoio verso nord sono state respinte, ma i combattenti rifiutano la resa, ribadendo l’impegno al cessate il fuoco e chiedendo ai garanti internazionali di proteggere i civili.

Colpite le strutture umanitarie

Neppure le città rimaste relativamente al riparo negli ultimi anni sono più sicure. A Qamishlo un attacco con droni Fpv ha colpito la sede centrale della Mezzaluna rossa curda, che ospita anche un centro protesi e di riabilitazione. L’organizzazione ha condannato l’azione definendola un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale.

Il fronte iracheno e l’allarme Isis

Sul fronte orientale l’instabilità ha già superato il confine. In Iraq, il governo di Mohammed Shia’ al-Sudani ha avviato una mobilitazione senza precedenti lungo la frontiera siriana. Il timore è la liberazione di migliaia di miliziani dell’Isis da campi e prigioni del nord-est siriano, in particolare dall’area di al-Hol. Video circolati sui social mostrano uomini armati che rivendicano la propria liberazione, molti originari di Mosul, Anbar, Diyala e Salahaddin, alimentando il timore di una riedizione del trauma del 2014-2017.

Coordinamento inedito a Baghdad

Per questo al-Sudani ha convocato una riunione di sicurezza urgente con esercito e peshmerga e si è recato personalmente ad al-Qaim, al confine con la Siria. Un funzionario ha parlato di forze “nella stessa trincea”, segnale di una percezione del rischio molto elevata. Le Forze di mobilitazione popolare hanno intanto rivendicato la cattura di Hassan al-Jubori, già responsabile della regione di Ninive.

Washington tra segnali deboli e pressioni

Il premier iracheno ha parlato direttamente con Mazloum Abdi, sottolineando che il dialogo è l’unica garanzia per l’unità della Siria e per impedire il ritorno del terrorismo. In serata il United States Central Command ha annunciato il trasferimento di 7mila detenuti dalla Siria all’Iraq, segnale di una fiducia limitata nella capacità del governo di transizione di contenere l’Isis. Dal Senato Usa, il democratico Chris Van Hollen ha chiesto che Damasco rispetti il cessate il fuoco, mentre il repubblicano Lindsey Graham ha evocato il ritorno delle sanzioni.

La mobilitazione civile e l’isolamento di Kobanê

La risposta più concreta arriva dalla società civile. Convogli di giovani e attivisti dal Kurdistan iracheno si dirigono verso Hesekê e Qamishlo per aderire alla mobilitazione generale. Ma mentre le dichiarazioni si accumulano, a Kobanê si continua a sparare. La città che aveva fermato l’Isis è di nuovo sola, sotto assedio, nel silenzio di una comunità internazionale che osserva, calcola e rinvia.