Napoli

Non è un alibi. Non potrebbe mai esserlo.
La Juventus avrebbe vinto comunque, perché nel calcio – come nella giungla – il più forte mangia il più debole. E oggi, 25 gennaio 2026, la Juventus era più forte. Il Napoli, invece, era più debole. Non per natura, ma per condizioni.

Dodici ferite sanguinanti. Tante quanti gli infortuni, i fuori rosa, gli addii di mercato. Una squadra decimata, rattoppata, costretta a sopravvivere più che a competere.
Vogliamo fare undici con Giovane? L’ultimo arrivato, sbarcato a Napoli praticamente senza neanche il borsone? Facciamolo, quell’undici. Ma chiamiamolo col suo nome: emergenza.

E no, non è un alibi.
Non lo è il doppio rigore solare che Mariani non ha visto – o non ha voluto vedere – con convinzione.
Non è un alibi il VAR che non richiama l’arbitro, diversamente da quanto fece con solerzia chirurgica in Inter-Napoli per uno step on foot senza alcun senso: Mkhitaryan aveva già giocato il pallone, non poteva fare altro. Ma il regolamento è quello, ci dissero.

E allora va bene tutto, purché sia coerente.
Lo step on foot senza senso sì.
Il doppio affondamento su Hojlund e Vergara no.
Il regolamento è quello. Sempre. O dovrebbe esserlo.

Ed è sempre il regolamento quello che ci ha detto che Mazzocchi era in fuorigioco di un centimetro col Parma. Forse meno.
Un centimetro.
Lo spessore di uno scudetto. Il quarto. Già.

Che sia proprio quello Scudetto in fuorigioco?

No, non è un alibi.
È solo il racconto crudo di una giornata in cui il Napoli è arrivato ferito contro una Juventus più forte, più completa, più pronta. E ha perso. Come spesso accade, nel calcio e nella giungla.