Una serie di pubblicazioni scientifiche recenti apporta delle informazioni importanti sull’interesse dei vaccini. Questi risultati sono spesso inattesi, e per alcuni, da considerare ancora con prudenza.
Queste notizie sono buone e possono incitare ad una migliore adesione alla vaccinazione, specialmente degli adulti. In primo luogo uno studio francese riguardante 28 milioni di persone dell’età dai 18 ai 59 anni, non solo conferma la protezione contro il rischio di decesso da Covid, ma soprattutto dimostra che le persone vaccinate presentano un rischio minore (25%) di morire nei successivi quattro anni per qualunque altra causa.
Si tratta di uno studio rimarchevole, il primo di una tale ampiezza, che dimostra così l’innocuità dei vaccini a RNAm sul lungo termine, eliminando così le fandonie profferite al riguardo di questi vaccini. La questione interessante è quella del o dei meccanismi responsabili di questa protezione indiretta da parte della vaccinazione contro il Covid 19. L’ipotesi più probabile consiste in una riduzione dei rischi inerenti alle conseguenze del Covid e del Long-Covid che riguardano il 10% delle persone infettate, ed espongono notoriamente a delle complicazioni cardiovascolari. Non si possono escludere altre ipotesi.
Questo studio fa eco al lavoro recentemente pubblicato di compilazione dei risultati di 155 studi che analizzano la relazione tra le infezioni virali e i rischi di complicazione cardiovascolari: infarti del miocardio e ictus cerebrali, che sono la prima causa di decessi in Europa. Infezioni virali acute, come l’influenza e il Covid, ma anche infezioni virali croniche, come l’HIV e l’epatite, predispongono a queste complicazioni cardiovascolari.
Questi dati confermano l’effetto protettore conosciuto della vaccinazione anti-influenzale contro l’infarto del miocardio, che può presentarsi alcune settimane dopo l’influenza. Quale è la relazione tra le infezioni e il rischio cardiovascolare? Probabilmente è in causa la risposta immunitaria provocate dall’infezione a livello dei vasi sanguigni e la liberazione di fattori infiammatori. In ogni caso la conclusione è evidente: vaccinarsi protegge il cuore ed il cervello.
Più sorprendente, molti lavori suggeriscono che la vaccinazione contro l’Herpes zoster, raccomandata alle persone di più di 65 anni, potrebbe ridurre il rischio di demenza, in particolare nelle donne. Queste conclusioni devono essere analizzate prudentemente a causa del carattere retrospettivo di questi studi, sempre suscettibili di qualche errore. Comunque essi riguardano centinaia di migliaia di persone e sono concordanti.
La vaccinazione contro il virus respiratorio sinciziale, responsabile della bronchiolite, avrebbe lo stesso effetto. Fatto strano, questi due vaccini utilizzano lo stesso eccipiente, il che suggerisce un’implicazione dello stesso. Al contrario, la vaccinazione contro l’influenza non esercita effetti di protezione, il che potrebbe far pensare che alcuni virus, capaci di infettare il sistema nervoso, come il virus responsabile della varicella e dell’Herpes zoster sono implicati nella comparsa della demenza. E non è tutto: uno studio ugualmente retrospettivo e per ora unico, necessitante dunque di conferma, riferisce un effetto benefico della vaccinazione con RNAm contro il Covid sull’efficacia dell’immunoterapia anticancro, in particolare per il carcinoma polmonare e per il melanoma.
Bisogna per questo che la vaccinazione sia stata effettuata entro i cento giorni che precedono l’immunoterapia. Il guadagno del 20% di sopravvivenza nei successivi tre anni non è cosa da poco. Evidentemente la risposta infiammatoria scatenata dalla vaccinazione partecipa a questo effetto. Anche se molti di questi lavori richiedono conferme, essi incitano comunque a promuovere la campagna di vaccinazione in particolare nelle persone anziane, contro il Covid, contro l’influenza, e contro l’Herpes zoster.