Confermate dalla Cassazione le condanne, che dunque diventano definitive, decise dalla Corte di appello per sette delle otto persone coinvolte,con diverse posizioni, in una indagine del sostituto procuratore Maria Gabriella Di Lauro e della guardia di finanza su una truffa in materia di indennità di disoccupazione.
Oltre alla truffa, contestate a vario titolo le accuse di associazione per delinquere, reati tributari, riciclaggio e autoriciclaggio. La Suprema Corte ha infatti dichiarato inammissibili cinque dei sette ricorsi, mentre per due imputati ha deciso l'annullamento di un capo di accusa, con riduzione della pena di 20 giorni, e l'annullamento con rinvio per la sola confisca dei beni.
Queste le pene stabilite a Napoli nel dicembre 2024 (tra parentesi quelle comminate nell'aprile 2022 dal Tribunale di Benevento): 8 anni, 10 mesi e 26 giorni (12 anni) a Cosimo Tiso (avvocati Vincenzo Sguera e Antonio Lombardi), 58 anni, di Sant'Angelo a Cupolo, indicato come promotore e dominus di un'associazione per delinquere, 4 anni e 1 mese (6 anni) a Gaetano De Franco (avvocato Antonio Leone), 50 anni, di Benevento, 4 anni e 8 mesi (5 anni) a Maria Rosaria Canu (avvocati Massimiliano Cornacchione e Cosimo Finiguerra), 54 anni, di Sant'Angelo a Cupolo, alla quale sono stati detratti 20 giorni; 4 anni e 6 mesi (4 anni e 10 mesi) a Pasqualino Pastore (avvocato Mario Villani), 60 anni, 2 anni e 1 mese (3 anni) a Maurizio Marro - per entrambi l'avvocato Mario Villani-, 62 anni; 4 anni, 3 mesi e 10 giorni ( 4 anni e 4 mesi) a Tullio Mucci (avvocato Ettore Marcarelli), 54 anni, 4 anni, come in primo grado, a Sergio Antonio Fiscante (avvocato Carmine Lombardi), 63 anni, tutti di Benevento. Per Fiscante l'annullamento con rinvio per la confisca.
Le pene erano state ridotte in appello – una ottava era stata concordata- dopo la dichiarazione di intervenuta prescrizione di un centinaio di capi di imputazione per truffa.
L'inchiesta
Come più volte ricordato, nel mirino degli inquirenti un reticolo di società, definite cartiere, che sarebbero servite da un lato per utilizzare ed emettere fatture per operazioni inesistenti e, dall'altro, adoperate per l'assunzione fittizia di personale, per consentire la percezione indebita di indennità di disoccupazione in seguito al licenziamento. Indennità “accreditate sui conti correnti accesi dai beneficiari e versate in tutto o in parte ai vertici” dell'associazione.
Un modus operandi che avrebbe consentito di creare crediti fittizi di imposta da compensare con i versamenti contributivi dovuti per le false assunzioni. Costi mai sostenuti, dunque, ma così sarebbero state gettate le basi per assumere un gran numero di dipendenti, per poi licenziarli e permettere loro di percepire le indennità. Ottanta i beneficiari delle condotte contestate: per cinquantuno è scattato il rinvio per gli altri ventinove la dichiarazione di prescrizione.