In Campania non esiste un’emergenza liste d’attesa. Esiste un sistema che vive delle liste d’attesa. È una differenza sostanziale, che cambia completamente il giudizio su ciò che accade negli ospedali pubblici e intorno a essi. Perché un’emergenza si affronta e si risolve; un modello di business, invece, si protegge.

I numeri ufficiali dicono che in Italia una visita su due e un esame diagnostico su tre vengono pagati direttamente dai cittadini, per una spesa che supera i 10 miliardi di euro l’anno. In Campania questo dato non è una media statistica: è la quotidianità. Qui l’accesso gratuito alle cure non è garantito nei tempi utili, e quando il tempo diventa un fattore clinico, il pagamento smette di essere una scelta e diventa una condizione.

La legge è chiarissima. Il decreto legislativo 229 del 1999 stabilisce che la libera professione intramoenia — cioè l’attività privata svolta dai medici del Servizio sanitario nazionale — non può superare l’attività istituzionale, proprio per evitare che il pubblico venga svuotato dall’interno. La ratio è esplicita: contenere le liste d’attesa.
Ora guardiamo la realtà, non le intenzioni.

Tra gennaio e settembre 2025, secondo documenti riservati del ministero della Salute, all’Ospedale Cardarelli la colonscopia viene erogata per il 98% in libera professione. Novantotto per cento. Non è una distorsione, non è un eccesso temporaneo, non è una criticità organizzativa. È un ribaltamento totale della funzione pubblica. L’esame esiste, le strutture esistono, i medici esistono. Quello che non esiste, di fatto, è l’accesso istituzionale.

A questo punto fingere sorpresa è disonesto. Perché se quasi tutta l’attività passa a pagamento, la lista d’attesa non è più il sintomo del problema: è lo strumento. Serve a spingere il cittadino verso il canale privato, spesso gestito dagli stessi professionisti che operano nel pubblico. È qui che il sistema mostra il suo vero volto: non inefficiente, ma perfettamente coerente con l’obiettivo di spostare domanda e denaro.

Il meccanismo è semplice e brutale. Il Servizio sanitario nazionale in Campania non assorbe la domanda. La lista si allunga. Il cittadino aspetta. Quando l’attesa diventa insostenibile, paga. Paga per una visita, per un esame, per una diagnosi. Se poi serve un intervento chirurgico, rientra nel pubblico. Formalmente i due percorsi sono separati. Sostanzialmente no. Il canale privato anticipa, orienta, seleziona. Il pubblico si intasa ulteriormente. La lista cresce. Il ciclo riparte.

Questo non accade nonostante la legge, ma grazie all’uso distorto della legge. Le norme che consentono la libera professione esterna dovrebbero essere eccezioni. In Campania diventano la regola. Il risultato è una sanità che resta pubblica nei bilanci e privata nell’accesso. Una sanità che chiede al cittadino di pagare due volte: con le tasse e con il portafoglio.

E quando il portafoglio non basta più, resta l’ultima opzione: partire. La Campania è una delle principali regioni di origine della mobilità sanitaria verso il Centro-Nord. Ogni paziente che va via porta con sé risorse economiche, rimborsi, prestazioni. Il denaro segue il paziente, non il territorio. Così la Regione finanzia sistemi sanitari più forti mentre il proprio resta cronicamente sotto pressione. Non per mancanza assoluta di risorse, ma per drenaggio strutturale della domanda.

In questo quadro, continuare a parlare di “criticità”, “carenze”, “emergenze” è una forma di complicità linguistica. In Campania la macchina funziona. Funziona benissimo. Produce attese, trasforma le attese in pagamenti, i pagamenti in flussi economici, i flussi in ulteriore impoverimento del servizio pubblico.
Il cittadino campano non è vittima di un sistema che non ce la fa. È il cliente forzato di un sistema che ce la fa fin troppo bene.

E se quasi tutto questo è legale, allora il problema non è solo chi lo gestisce. È chi continua a fingere di non vedere che la lista d’attesa non è un fallimento dello Stato. È il suo alibi.