Qualche anno fa, parecchi a dire il vero, si sognava Beckham. Nel periodo di uscita del film, erano i primi duemila, non avevano granché di che sognare gli scugnizzi napoletani col Super Santos e le sbucciature alle ginocchia d'ordinanza: il Napoli non offriva materiale onirico di gran pregio e dunque meglio virare su altri obiettivi.
Poi c'è stato Lorenzo Insigne, folletto a capitano ad alimentare fantasticherie scugnizzesche ed oggi, come testimoniato anche dagli stessi bimbi all'esterno del Maradona ai microfoni di Ottochannel, ecco Antonio Vergara.
Un gol in Champions, una “malatìa” a scemunire i difensori della squadra campione del mondo e punta all'angolino. Un gol in campionato, stesso angolino, tre giorni dopo contro la Fiorentina ed ecco il nuovo poster da appendere nelle camerette degli scugnizzi: Antonio Vergara.
Sognano i bimbi d'azzurro vestiti, e fanno bene. Sogna Antonio e fa bene anche lui. Altrove è un tripudio di se, di ma e però, tra un j'accuse a Conte che non gli ha dato spazio, uno al Napoli, uno al calcio italiano e giù di lì: e questi di sensato hanno poco.
“Non chiamatelo ragazzino, è più grande di Hojlund” dicono in molti, dicendo una verità incontrovertibile, perché è anagraficamente incontrovertibile l'età di Antonio: è un 2003 di Gennaio lui, è un 2003 di Febbraio Rasmus.
Diverso è il percorso dei due: Hojlund a 17 anni debutta già in prima squadra al Copenaghen, a 18 segna i primi gol, a 19 va allo Sturm Graz e sempre a 19 viene acquistato per una somma già alta, 17 milioni, all'Atalanta, a 20 lo United lo prende a 80 milioni.
Antonio a 19 anni esce dalla Primavera e gioca in Lega Pro alla Pro Vercelli, lo fa bene e si guadagna il prestito in categoria superiore, in B alla Reggiana: non fa in tempo a mettere piede in campo, con cinque belle partite in cui sforna due assist, che si rompe il crociato anteriore, il 16 settembre...tornerà in campo a maggio, di fatto perdendo un anno.
Con un anno perso la scelta del Napoli è di rinnovare il prestito in B, sempre alla Reggiana: il ragazzo gioca un buon campionato da 32 presenze, cinque gol e sei assist e torna all'ovile...nella squadra Campione d'Italia, con zero presenze in A.
“Se ci fossero stati Neres, Anguissa e gli altri avrebbero giocato loro e non Vergara” ha detto Conte. E' un'eresia? Non lo è. Non nelle squadra che deve difendere lo Scudetto, non se lo stesso allenatore è quello che in tempi lontani dall'ecatombe infortuni e dunque con discreta abbondanza in rosa, dopo la gara Champions contro lo Sporting avverte “Non prendetemi per pazzo se faccio giocare Vergara”.
Non pare Conte il problema, e neppure la gestione che del calciatore ha fatto il Napoli.
È, in fin dei conti, un discorso di contingenze. Il destino ha mescolato le carte in modo bizzarro: tra infortuni altrui e intuizioni coraggiose, si è aperto uno spiraglio in cui il talento ha potuto finalmente infilarsi. Ma le contingenze, per definizione, sono eccezioni, e qui risiede il vero nodo della questione.
È il "Sistema Italia" nel suo complesso a remare contro la crescita dei vari Vergara. Un sistema che spesso scoraggia il rischio, che preferisce l'usato sicuro o lo straniero già formato alla scommessa sul ragazzo cresciuto a pochi chilometri dal campo d’allenamento. Mentre altrove un ventenne è già considerato un veterano, da noi resta un "ragazzino" fino a prova contraria, costretto a lunghi pellegrinaggi in prestito per dimostrare un valore che all'estero verrebbe coltivato direttamente nelle rotazioni della prima squadra. In Italia, l’errore di un giovane pesa il doppio, e la pazienza di attenderne la maturazione è un lusso che pochi club sentono di potersi permettere.
Tuttavia, al netto dei Soloni di turno — sempre pronti a vivisezionare ogni scelta tecnica con il senno di poi o a perdersi in dietrologie su moduli e gerarchie — la realtà più autentica pulsa altrove. Pulsa nelle strade, sui marciapiedi di Fuorigrotta e nei sorrisi dei bimbi appostati fuori dal Maradona.
Mentre gli esperti discutono di ritardi e di sistemi, quegli scugnizzi hanno già scelto. Guardano a quel piede mancino che accarezza il pallone come fanno loro per strada (come si spera facciano loro per strada), a quel ragazzo che ha la faccia di uno di loro e oggi segna in Champions League. Oggi quegli scugnizzi sognano Vergara, e forse, a differenza dei grandi, hanno ragione da vendere.