La replica al leader leghista. L’accostamento tra Gianfranco Fini e Roberto Vannacci viene giudicato privo di fondamento. Secondo Gianfranco Fini, le dichiarazioni di Matteo Salvini riflettono una comunicazione superficiale, basata su paragoni storicamente e politicamente infondati. La sua vicenda personale, maturata dopo decenni di militanza e responsabilità di governo, non avrebbe nulla a che vedere con le dinamiche recenti della Lega.
La rottura con Berlusconi
Fini ricostruisce la fine del rapporto con Silvio Berlusconi come l’esito inevitabile di una frattura politica profonda, non come un tradimento. Non fu una scelta volontaria di abbandono del Pdl, partito che aveva contribuito a fondare, ma una dichiarata incompatibilità politica sancita dall’allora leader del centrodestra. Uno strappo traumatico che pose fine a quindici anni di collaborazione, segnata da successi elettorali e di governo, ma anche da un progressivo deterioramento dei rapporti e da divergenze ormai inconciliabili.
Nessun parallelo con il caso Vannacci
Secondo Fini, il caso che coinvolge Salvini e Roberto Vannacci appartiene a tutt’altra categoria. Si tratterebbe di una convergenza rapida e spregiudicata di interessi personali, priva di una strategia politica di lungo periodo. Salvini avrebbe puntato su Vannacci nella convinzione che potesse essere elettoralmente utile senza creare problemi, mentre il generale avrebbe colto l’occasione di entrare al Parlamento europeo come un passaggio comodo e a costo zero per la propria carriera.
L’errore tattico della Lega
A distanza di pochi mesi, l’operazione si sarebbe rivelata un errore evidente. La scelta di portare Vannacci a Bruxelles e di promuoverlo rapidamente ai vertici del partito avrebbe mostrato, secondo Fini, una valutazione frettolosa e poco lungimirante. Da qui l’invito implicito a Salvini a riflettere sulle proprie responsabilità politiche, più che ricorrere a paragoni con vicende del passato.
Il futuro politico di Vannacci
Sul destino politico del generale, Fini esprime scetticismo. Il suo atteggiamento cinico e il rapido rinnegamento degli impegni presi renderebbero difficile costruire un consenso stabile. Nei prossimi mesi, Vannacci sarà costretto a chiarire il proprio posizionamento: da un lato il tentativo di proporsi come interlocutore del centrodestra, dall’altro la retorica di una destra radicale, antisistema e senza compromessi.
I limiti elettorali
Secondo l’ex leader di An, lo spazio politico per una forza di questo tipo in Italia resta limitato. A differenza di altri contesti europei, come quello tedesco, l’elettorato di destra sarebbe oggi più attento alla capacità di governo che alle parole d’ordine radicali. Temi come politica internazionale, immigrazione e diritti civili imporranno a Vannacci scelte chiare, incompatibili con ambiguità filorusse o con slogan come la remigrazione e la negazione della parità di genere.
Il centrodestra e la sfida europea
Fini avverte comunque il centrodestra dal rischio di sottovalutare il fenomeno. Le forze di governo, a suo avviso, dovrebbero rispondere sottraendo terreno alle proposte sovraniste e ipernazionaliste, dimostratesi inefficaci in un mondo segnato dal ritorno dei nazionalismi e dai nuovi equilibri globali. La prospettiva indicata resta quella europea: meno burocrazia, maggiore unità e sovranità condivisa come unica strada per rafforzare davvero il ruolo dell’Italia.