Le voci dell’inchiesta. Nell’indagine della Procura di Milano sul presunto sfruttamento dei rider, i racconti dei ciclofattorini che collaborano con Glovo appaiono quasi sovrapponibili. Nomi diversi, provenienze lontane tra loro, ma un’esperienza lavorativa descritta come identica. I verbali dei carabinieri parlano di lavoratori che si sentono ridotti a numeri all’interno di una piattaforma che assegna ordini, valuta prestazioni e applica penalizzazioni senza contatti diretti.

Bici, strumenti e spese

Dalle deposizioni emerge che i mezzi di lavoro sono interamente a carico dei rider. Biciclette ed e-bike vengono acquistate autonomamente e, in caso di furto o guasto, le spese non vengono rimborsate. Anche batterie e manutenzione restano un costo personale, in un contesto in cui il compenso medio per consegna oscilla tra i due e i tre euro, con variazioni legate alla distanza o agli orari di punta.

Giornate lunghe e guadagni limitati

Molti fattorini riferiscono di restare collegati all’applicazione per oltre dieci ore al giorno, coprendo fasce che vanno dalla mattina alla sera. Le consegne quotidiane possono superare le venti, con percorrenze che arrivano a decine di chilometri. A fronte di questo impegno, i guadagni mensili dichiarati si collocano in una forbice che va dai 900 ai 1.200 euro, senza garanzie di continuità.

Il controllo digitale

Un elemento centrale dell’inchiesta riguarda il sistema di monitoraggio. I rider risultano costantemente geolocalizzati tramite GPS e, in caso di soste o ritardi, possono ricevere telefonate dalla piattaforma per chiedere spiegazioni. Il rifiuto degli ordini o le consegne in ritardo incidono sul cosiddetto ranking, un punteggio che determina la quantità di lavoro assegnato in futuro.

Nessuna scelta e poche informazioni

Secondo le testimonianze, i fattorini non hanno la possibilità di scegliere ristoranti o clienti. Tutto il processo è gestito dall’algoritmo, compresa la definizione del compenso, che non viene comunicato in anticipo. Questo meccanismo contribuisce a un senso diffuso di isolamento e di mancanza di interlocutori umani.

Fragilità sociali e permessi incerti

Molti rider arrivano da Pakistan, Bangladesh o Nigeria e vivono in condizioni precarie. Alcuni hanno permessi di soggiorno in bilico, alloggi condivisi e costi elevati per raggiungere Milano da comuni lontani. Una parte consistente del reddito viene inviata alle famiglie nei Paesi d’origine, riducendo ulteriormente le risorse disponibili per la vita quotidiana.

I dati sui turni scomparsi

Un passaggio chiave dell’inchiesta riguarda l’assenza di un archivio sui turni di lavoro. In una causa civile, il manager italiano della società ha spiegato che i dati sarebbero stati cancellati su indicazione del responsabile della privacy. Una circostanza che, secondo gli inquirenti, rende più difficile per i rider dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato o eterodiretto.

Il quadro giudiziario

L’insieme delle testimonianze e l’analisi dell’architettura informatica della piattaforma hanno portato al controllo giudiziario di Foodinho. Per la Procura, il modello organizzativo avrebbe coinvolto fino a 40 mila fattorini, configurando un sistema strutturato di sfruttamento basato su algoritmi, penalizzazioni e assenza di tutele.