La storia di Abdon Pamich non è solo sport. È una storia italiana nel senso più profondo, una di quelle che tengono insieme fatica, esilio, dignità e libertà. Pamich nasce a Fiume, cresce in una terra che cambia confini e padroni, e da ragazzo viene strappato alla sua casa. Profugo istriano, costretto a fuggire per il regime di Tito, conosce presto cosa significhi perdere tutto tranne se stessi. Non per una scelta, ma per la Storia che irrompe e decide al posto tuo.

Eppure, da quella ferita nasce una delle più grandi vicende sportive e civili del nostro Paese. Pamich cammina. Cammina sempre. La marcia diventa disciplina, resistenza, riscatto. Non è solo allenamento: è un modo di stare al mondo. È la risposta silenziosa ma ostinata di chi non accetta di essere cancellato. Quando vince l’oro olimpico a Tokyo nel 1964, non trionfa soltanto un atleta: trionfa un uomo che ha conosciuto l’esilio, la precarietà, l’umiliazione di essere “di troppo”.

Il suo omaggio alla Camera dei Deputati, nel Giorno del Ricordo delle foibe, alla presenza del presidente Sergio Mattarella, ha un valore che va ben oltre la celebrazione. È un atto di giustizia morale. È il riconoscimento pubblico di una verità che per troppo tempo è stata scomoda, rimossa, talvolta negata. Le foibe e l’esodo non sono una bandiera politica: sono una ferita nazionale, e Pamich ne è stato testimone vivente, con la sobrietà di chi non chiede vendetta ma memoria.

Questa storia parla anche a noi, oggi. In un tempo in cui tornano parole d’ordine semplici, identità urlate, verità ridotte a slogan, l’esperienza di Pamich è un antidoto potente contro l’oscurantismo. Ricorda che la libertà non è mai garantita una volta per tutte. Che i regimi iniziano sempre così: decidendo chi ha diritto di restare, di parlare, di esistere. E che il primo passo per difendersi è non smettere di ricordare.

Pamich non ha mai urlato. Ha camminato. Con disciplina, con dolore, con orgoglio. La sua vita ci dice che la libertà è spesso una marcia lunga e solitaria, fatta di passi regolari quando tutto intorno vorrebbe farti correre, piegarti o fermarti. In questo presente confuso, la sua storia è una bussola: stare dritti, andare avanti, non accettare l’oblio. Perché senza memoria non c’è libertà. E senza libertà, nessuna vittoria conta davvero.