Un colpo politico che pesa più del risultato numerico. La Camera dei Rappresentanti ha approvato lo stop ai dazi contro il Canada con 219 voti a favore e 211 contrari, infliggendo una battuta d’arresto alla strategia commerciale della Casa Bianca. Decisivi sei deputati repubblicani che hanno scelto di votare con i democratici. È la prima presa di posizione formale della Camera sulla politica tariffaria di Trump dal suo ritorno alla presidenza e rappresenta un segnale politico rilevante in vista delle elezioni di midterm di novembre.
La fronda repubblicana
Il voto certifica una crepa nella maggioranza. Non si tratta soltanto di un dissenso tecnico sulle tariffe, ma di una frustrazione crescente tra alcuni parlamentari conservatori che vedono il Congresso progressivamente esautorato delle proprie prerogative in materia commerciale. Dietro la scelta dei sei deputati pesa anche la pressione degli elettori, in particolare nei distretti industriali e agricoli dove le misure tariffarie rischiano di tradursi in un aumento dei costi e in ritorsioni commerciali.
La minaccia di Trump
La reazione del presidente è arrivata quasi immediata. Sui social Trump ha avvertito che i repubblicani che si oppongono alla linea della Casa Bianca “la pagheranno” alle prossime elezioni, lasciando intendere possibili sfidanti nelle primarie interne. Parole che accendono ulteriormente il clima all’interno del partito, già attraversato da tensioni tra l’ala più fedele al presidente e i moderati preoccupati per il calo di consenso certificato da diversi sondaggi nazionali.
Un voto dal valore simbolico
Dal punto di vista pratico, la misura rischia di avere effetti limitati. Trump potrebbe porre il veto, neutralizzando l’iniziativa parlamentare. Tuttavia il passaggio alla Camera ha un peso politico evidente: è la dimostrazione che la disciplina di partito non è più monolitica. Lo scorso febbraio il presidente aveva invocato l’International Emergency Economic Powers Act per dichiarare un’emergenza di sicurezza nazionale e imporre dazi del 25% sulle importazioni da Canada e Messico e del 10% sui prodotti cinesi. Una scelta che aveva suscitato perplessità anche tra alcuni repubblicani. Il voto di oggi rappresenta dunque un segnale di inquietudine interna e un banco di prova in vista di novembre. Se il malcontento dovesse consolidarsi, la battaglia commerciale potrebbe trasformarsi in un terreno decisivo per misurare la tenuta politica del presidente.