«Vladimir Putin ha avvelenato e ucciso mio marito. È un assassino e io lavoro perché sia giudicato». Yulia Navalnaya, vedova del dissidente russo Aleksej Navalny, torna ad accusare apertamente il presidente russo dopo che i governi di cinque Paesi europei hanno confermato l’avvelenamento con epibatidina nella colonia penale artica dove il marito era detenuto. L’intervista, rilasciata a Politico a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, arriva a due anni dalla morte dell’oppositore. «Non posso dire che sia una buona notizia – afferma – perché mio marito è stato ucciso. Ma ora abbiamo prove scientifiche. Le incertezze sono state dissipate».

«Putin è un semplice dittatore»

Nel mirino di Navalnaya c’è direttamente Vladimir Putin. «L’Occidente lo sopravvaluta», sostiene. «A volte lo trattano come il male assoluto. Non lo è. È un semplice dittatore. Fa quello che fa ogni dittatore: repressione interna, censura, guerra, eliminazione degli oppositori».

Secondo la vedova del dissidente, l’errore dell’Europa sarebbe stato quello di non opporsi con maggiore fermezza già molti anni fa, ben prima dell’invasione dell’Ucraina. «Saremmo dovuti essere più forti dal 2011», afferma, ricordando le prime grandi proteste contro il Cremlino.

«In Russia paura e repressione»

Navalnaya descrive una Russia soffocata dalla repressione. «Mettere un “mi piace” sui social può portare in prigione. È difficile per chi vive in Europa occidentale capire cosa significhi». Racconta di lettere che riceve da cittadini russi che parlano di povertà crescente, difficoltà economiche, censura e isolamento tecnologico. La situazione, dice, non sarebbe compatta come il Cremlino vorrebbe far credere. «Molte persone combattono contro il regime, anche se non possono farlo apertamente dentro la Russia».

Il ritorno e l’impegno politico

Alla domanda su un suo possibile futuro politico, Navalnaya risponde senza esitazioni. «Io sto già facendo politica». E aggiunge che sogna di tornare in Russia con i figli, anche se potrebbe volerci tempo. «La Russia è il nostro Paese. Vorrei aiutarlo a diventare pacifico, prospero e democratico». Resta la promessa fatta due anni fa, sempre a Monaco: lavorare perché Putin sia portato davanti alla giustizia. «Siamo su quella strada», conclude. «Molti pensavano fosse impossibile arrivare alla verità. Oggi abbiamo prove che è lui l’assassino»