Avellino

 

Il voto del 15 marzo e la platea: 1.316 amministratori. Il rinnovo del Consiglio provinciale di Avellino, fissato per il 15 marzo, torna a mettere in fila una domanda che non riguarda solo le procedure: chi controlla davvero un ente che decide su strade, scuole e programmazione territoriale, ma non passa più dal giudizio diretto dei cittadini? I numeri ufficiali fotografano un’elezione tutta interna ai palazzi comunali: gli aventi diritto sono 1.316 tra sindaci e consiglieri dei 119 comuni irpini. I dati dell’elettorato attivo si riferiscono alla situazione aggiornata all’8 febbraio 2026, con l’avvertenza che le eventuali modifiche vengono recepite dall’Ufficio elettorale con aggiornamenti successivi.

Fasce, pesi e indici: il voto non vale uguale

Il cuore del sistema è il voto ponderato, che divide l’Irpinia in quattro fasce demografiche. La popolazione complessiva considerata è pari a 343.650 residenti, e su questa base viene calcolata la “quota” di ciascuna fascia. La fascia A pesa per 120.987 abitanti, pari al 35% del totale provinciale, e raccoglie 842 elettori-amministratori; la fascia B conta 75.341 abitanti (21,993%) con 255 aventi diritto; la fascia C arriva a 59.551 abitanti (17,384%) con 117 elettori; la fascia D, con 87.771 abitanti (25,622%), ha 102 aventi diritto. È proprio da qui che discende il meccanismo più discusso: agli elettori delle diverse fasce si applicano indici di ponderazione provvisori, indicati dall’Ufficio elettorale come 4,2 per la fascia A, 8,7 per la fascia B, 14,8 per la fascia C e 25,2 per la fascia D, con la possibilità di variazioni fino alla data del voto.  Tradotto: la scheda è una, ma il “peso” politico del voto cambia. E cambia tanto, in un equilibrio che sposta la contesa sul terreno delle alleanze tra amministratori e sui rapporti di forza nei comuni più strutturati.

Liste e firme: la soglia minima è 66 sottoscrizioni

Il perimetro della competizione, però, non si costruisce solo sui pesi. Anche la fase di presentazione delle liste restringe il campo. Un avviso dell’Ufficio elettorale, richiamando il verbale del 13 febbraio 2026, fissa in 66 il numero minimo di sottoscrizioni necessarie per ciascuna lista di candidati. È una soglia che, di fatto, obbliga chi corre a dimostrare subito capacità di rete e tenuta organizzativa nel mondo amministrativo.

Parità di genere: il tetto del 60% e gli esempi pratici

C’è poi la rappresentanza di genere, che non è un dettaglio formale: nelle liste nessuno dei due sessi può superare il 60% dei candidati. La regola, fissata dalla legge 56 del 2014, è accompagnata da una tabella di applicazione pratica redatta dall’Ufficio elettorale. Significa, per esempio, che su una lista da 12 candidati il massimo per un genere è 7 e il minimo per l’altro è 5; su 11 candidati il rapporto diventa 6 e 5; su 10 è 6 e 4; su 9 è 5 e 4; su 8 è 4 e 4; su 7 è 4 e 3; su 6 è 3 e 3. Regole chiare, che però si innestano in una cornice istituzionale molto meno limpida.

Il mondo a parte delle Province: la promessa mancata della Delrio

La riforma Delrio avrebbe dovuto traghettare le Province verso una nuova architettura, più leggera, più razionale. Invece le ha lasciate in mezzo al guado: non più legittimate dal voto popolare, ma ancora centrali su funzioni che muovono appalti, manutenzioni, programmazione e scelte tecniche decisive. È qui che il sistema si chiude: la politica decide attraverso un circuito ristretto, la macchina tecnica resta il baricentro operativo, e i cittadini — che pagano e subiscono disservizi — osservano senza una leva diretta di controllo. Questa “zona grigia” non è solo un problema teorico. È un terreno fertile per opacità, soprattutto quando le strutture sono indebolite e i controlli diventano meno visibili, perché l’ente vive fuori dal radar del consenso popolare.

Avellino, gli uffici scossi dalle inchieste: il rumore delle mazzette

In Irpinia, poi, il tema non è astratto. Le cronache giudiziarie hanno raccontato negli ultimi mesi un’inchiesta della Procura di Avellino su appalti e affidamenti di lavori pubblici che ha coinvolto funzionari della Provincia e imprenditori, con ipotesi di corruzione e sequestri di denaro contante. È il segnale più duro di un rischio strutturale: quando un ente è “di tutti” nelle competenze, ma “di pochi” nella legittimazione, la pressione su uffici e procedure cresce e i confini tra politica, tecnica e interessi diventano più fragili.

Un voto che vale più della data sul calendario

Il 15 marzo non è solo una scadenza amministrativa. È la fotografia di un modello che continua a pesare sul territorio senza essere davvero compreso, discusso e controllato dai cittadini. I documenti dicono come si vota, quanti votano e con quale peso. Il punto, però, resta un altro: finché le Province resteranno enti “a parte”, sospesi tra riforma incompiuta e potere reale, ogni elezione sarà una partita chiusa nelle stanze della politica, con la burocrazia tecnica a reggere l’impalcatura e con il territorio chiamato a subire le conseguenze.